Riga n. 30
Roland Barthes
Georges Didi-Huberman
Barthes, risolutamente

Dell'enunciato alquanto misterioso che titola il nostro incontro – «Barthes risolutamente moderno»[1] – permettetemi di lasciare da parte «il moderno» per analizzare solo il «risolutamente», o la «risolutezza». Dove sarebbe, in Roland Barthes, il gesto di risolutezza? Non c’era nella sua fondamentale dolcezza qualcosa della non-risolutezza, se non dell’irrisolutezza? Non sembrava che egli aspettasse semplicemente che le cose venissero a lui, da sole, affinché il suo pensiero desse loro una nuova piega? Per esempio: si può decidere di osservare un’immagine, ciò che egli ne La camera chiara chiama lo studium, ma non si può prendere la risoluzione di guardare e di essere improvvisamente guardati da un'immagine. Così è invece il punctum, che non va senza un rapporto con la memoria involontaria (vale a dire con quello che Marcel Proust ha così ben messo in opera e Walter Benjamin teorizzato): non si prende la risoluzione di essere colpiti, di essere «punti», «toccati» da un’immagine. La qualità «pungente» del punctum – del quale, se ricordo bene, Jacques Derrida fece un bellissimo commento quando Barthes morì – è talmente legato allo stato emotivo e a questa «fenomenologia dell’immagine», che giustifica la dedica al libro di Sarte in apertura a La camera chiara, che sembra tutto tranne che «risoluta». Per esempio, non credo che in Barthes la decisione di scrivere sulla fotografia di sua madre sia derivata da una risoluzione qualsiasi – ancor meno dalla ricerca di una «soluzione» al dolore del lutto che lo affliggeva. Ci si abbandona di sorpresa a quello che ci colpisce, non si prende la risoluzione di abbandonarcisi. Vi è però risoluzione almeno nel rapporto di Barthes con le immagini, gli affetti, le cose pungenti. Una risoluzione che probabilmente culmina ne La camera chiara, ma che viene da molto lontano e consiste nel non abbandonarsi al dolore volgare, troppo rumoroso, dei lamenti davanti all’immagine. Il punctum è silenzioso, interiore, scritturale. Non ammette il grido, portatore di antichissime mitologie. Nel suo testo degli anni Cinquanta sulle «foto-choc», per esempio, Barthes considera ripugnante «il dolore della fidanzata di Aduan Malki, il siriano assassinato», che l’immagine fotografica «sovraelabora» e sovrasignifica in modo tale che non c’è più nulla da provare [2]. Nella sua critica alla mostra The Family of Man Barthes fustiga un’«antichissima mistificazione» relativa all’«universalità dei gesti umani», grazie alla quale non è toccato, non è «punto» da niente di ciò che vede, né dalle prefiche di Alvarez Bravo in Messico, né da quelle di Margaret Bourke-White in India, né da quelle di Eugene Smith nei ghetti neri americani [3]. Cinque anni dopo, nel 1960, Barthes guarda con risoluto rifiuto il grido di Madre Coraggio interpretata da Helene Weigel e sceglie già il suo punctum fissandosi sulla «schiena curva [del cappellano] che si ritira [e che] raccoglie per così dire il dolore della madre, di per sé insignificante» [4]. Dolore di una madre in lutto: «di per sé insignificante»? La risolutezza barthesiana mi sembra prendere qui una piega inconsapevolmente crudele. Brecht, dal canto suo, aveva costruito il grido – il grido muto – di Helene Weigel prendendo come modello la fotografia di una madre che urla di fronte al suo bambino morto sotto i bombardamenti di Singapore del 1942, immagine che lo ossessionava e che aveva commentato almeno due volte durante la guerra, sia nel suo Arbeitsjournal sia nella sua Kriegsfibel. Nel 1970 Barthes fonda tutta la sua critica del «senso ovvio» sul rifiuto violento delle scene di lamento ne La corazzata Potemkine di Eisenstein. Lontano dalla «citazione [ejzenštejniana] dei gesti di icone e di pietà», che egli chiama un puro «decorativismo», Barthes afferma la sua convinzione del «senso ottuso» in relazione a un dettaglio del vestiario – come accade spesso nelle sue percezioni del punctum – che sposta l’«vecchia donna che piange» sul piano di un travestimento «burlone» [5]. Nel 1980 La camera chiara porterà logicamente, risolutamente, a conclusione questa logica: l’immagine di una madre che scopre il cadavere del figlio ucciso in mezzo alla strada nel corso della guerra in Nicaragua sarà paragonata a una scena di genere, «un po’ alla Greuze», oserà scrivere Barthes [6]. La pungente irrisolutezza di Roland Barthes davanti alle immagini esigerà dunque qualcosa come una condizione – inconscia o teorica – preliminare: quella di rifiutare, risolutamente, i significati troppo semplici e gli affetti troppo brutali che ci assalgono davanti a certe immagini di quello che l’uomo fa subire violentemente all’uomo, non lasciando alle donne che gli occhi per piangere e le bocche per gridare. Prima ancora di avviare la critica necessaria di questo punto di vista – al fine di rispondere alla domanda: a che cosa Barthes era disposto a rinunciare per guadagnare la bella fragilità del punctum o del «senso ottuso»? – conviene semplicemente constatare questo: La camera chiara, che è un libro del lutto [7], non poteva probabilmente proporre il suo silenzioso lamento del figlio per la madre morta che alla risoluta condizione – risoluta come può esserlo una costrizione psichica, o stilistica – di ignorare i chiassosi lamenti delle madri per i loro figli morti. [Traduzione di Marta Grazioli]. [1] Titolo proposto per un incontro del Centre Roland-Barthes tenutosi il 18 novembre 2008 presso l’École normale supérieure. [2] R. Barthes, «Foto-choc», in Miti d'oggi (1957), trad. it. Einaudi, Torino, 1974. [3] R. Barthes, «La grande famiglia degli uomini», in ivi. [4] R. Barthes, «Prefazione a Madre Coraggio e i suoi figli di Bertolt Brecht» (1960), trad. it. in Scritti sul teatro, a cura di M. Consolini, Roma, Meltemi 2002. [5] R. Barthes, «Il terzo senso. Note di ricerca su alcuni fotogrammi di S. M. Ejzenštejn» (1970), trad. it. in L'ovvio e l'ottuso. Saggi critici III, Einaudi, Torino, 1985, pp. 48-49. [6] R. Barthes, La camera chiara. Note sulla fotografia (1980), trad. it. Einaudi, Torino, 1980, p. 25. [7] E anche della Pietà, comme suggerisce M.-J. Mondzain, «Image et filiation», in Vivre le sens, Paris, Le Seuil-Centre Roland Barthes, 2008, pp. 61-68.
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