Riga n. 9
Italo Calvino
Giorgio Manganelli
Profondo in superficie

Ad un certo punto della sua lunga, tortuosa storia di scrittore, Calvino si accorse di essere dominato da una passione retorica esclusiva, una passione cui si dedicò con una tacita, ostinata, schiva devozione: la chiarezza. Scrittore limpido Calvino lo era sempre stato; ma ora non di limpidezza si trattava, ma di una chiarezza che, forse, era il suo contrario. La limpidezza mimava una arguta ingenuità, presupponeva una pagina uni dimensionale, liscia, ignara di anfratti, trasparente; ma la rivelazione della chiarezza era tutt'altra: la capacità, la vocazione fatale a vedere per l'appunto ciò che sta oltre, accanto, attorno, dietro alla pagina: una pagina a più dimensioni, a infinite dimensioni, illusionistica, allucinatoria, enigmatica, ma sempre tale in virtù della chiarezza. Il modello di codesta chiarezza è lo specchio: superficie apparentemente univoca, coerente, ma capace di ospitare una folla di immagini, tutte chiarissime, ansiose di essere nominate e descritte, ma impossibile, irraggiungibili dal tatto: immagini non cose. La scoperta della chiarezza dello specchio condusse Calvino per le strade della fiaba, del mito, gli consentì di sfiorare le tenebre, di misurarsi con l'enigma: «figure incongrue ed enigmatiche come rebus». Ma il rebus è anche un gioco: Calvino non tollerò che l'enigma osasse liberarsi dallo stile del gioco. Questa astuzia, questa ostinazione sapientemente infantile lo protesse dalla tentazione cui talòra indulgono gli scrittori irrealistici: la profondità. Fece proprio il malizioso comandamento di Hofmannsthal: «La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie». E che altro fa lo specchio?
Ma forse c'è qualcosa che può ospitare giochi ed enigmi, illusioni e chiarezza, estro e silenzio anche più della liscia superficie dello specchio: ed è uno specchio posto di fronte ad un altro specchio; in questo secondo specchio si troverà tutta la lucida intangibilità del primo, ma anche un ulteriore gioco, l'enigma che risponde all'enigma, la descrizione della descrizione. «In una galleria di quadri, un uomo guarda il paesaggio di una città, e questo paesaggio s'apre a includere anche la galleria che lo contiene e l'uomo che lo sta guardando.»
Queste citazioni, compresa quella di Hofmannsthal, sono tratte dall'ultimo -conclusivo e culminante- libro di Italo Calvino, Lezioni Americane. Libro stupendamente duplice, un testo letterario che parla di letteratura. È, per l'appunto, il secondo specchio, quello che trasforma in specchio anche colui che scrive: il trionfo della chiarezza. Letteratura sulla letteratura, le Lezioni Americane di Calvino si collocano appunto sulla cima perigliosa di questa chiarezza: quella che illumina tutte le ambiguità, la duplicità, l'insondabile superficialità del discorso letterario. Tutto è chiaro, ma niente è limpido; tutto è rigoroso ma niente è immobile; tutto «è lì», ma non lo puoi toccare.
Già nelle prime pagine, Calvino ricorre ad un mito, uno dei grandi miti greci: Perseo riesce a uccidere e decapitare la Medusa perché non la guarda direttamente, ma la studia e aggredisce nello specchio; nelle sue mani questa testa mirabile e fatale diventerà un'arma terribile, purché Perseo non la guardi mai direttamente. Citando Ovidio, Calvino nota che la testa di Medusa non è solo orrore, ma una qualche misteriosa forma di amore; con «rinfrescante gentilezza» Perseo colloca quella testa su uno strato di foglie, e i ramoscelli marini a contatto con la Medusa diventano coralli. Calvino, affascinato da questo mito stupendo, si rifiuta di commentarlo: si rifiuta di passare dalla chiarezza alla limpidezza. L'oscurità del mito è la sua perspicuità.
Forse mai come in questo libro sulla letteratura, Calvino ha percorso i labirinti, i corridoi a specchio, i paesaggi illusionistici della propria letteratura: un itinerario ilare, incantato, fitto di brividi, con soprassalti di rapide angosce; quel sorriso e quella paura che tengono la mano potente ma ignara dell'incantatore. Oh, egli sa molto di più di quanto creda di sapere, ma questo appunto importa: che egli non commenti, non interpreti se stesso; non si capisca. Il Grande giocatore fa parte del gioco. Ma ancora si propone l'ambiguità del discorso calviniano: il non sapere dello scrittore si fonda sul sapere di non sapere, ancora su un gioco sapiente di specchi; sapere di non sapere è più sapiente che non sapere. Anzi, non solo non può sapere, ma neppure capire.
Diviso in cinque capitoli intitolati ad altrettante immagini letterarie -Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità- questi vogliono esser letti, credo, come Cinque Lezioni Fantastiche, magari le prime cinque di una Mille e una notte critica. Come queste sono ricche «di figure sospese per aria». Anzi, direi che la figura letteraria che circola più impetuosa è questa «aria», che pone in contatto oggetti non solo diversi ma eterogenei, anche non oggetti, una cifra ed un castello, un emblema e un animale, mai esistito. Come i geni delle Mille e una notte, il luogo mentale naturale di Calvino è l'aria; luogo aperto alla sollecitazione dei venti, non governabile dall'io, abitato da dinamiche impetuose o soavi, in ogni caso ignare di volto.
Il cristallo e la fiamma sono due modelli di forma che sfidano lo scrittore; ma questo vorrei osservare, che del cristallo non viene sperimentata la freddezza, né della fiamma l'ustione: entrambi sono guardati nello specchio, dove esistono solo forme, e una città che brucia è silenziosa e gelida come un pianeta morto.
Vorrei isolare alcune linee di questo misto poema in prosa De litterarum natura, così come Calvino cita un suo Leopardi, o Ovidio.
Due citazioni da due pagine non contigue fanno intuire quanta elaborata sapienza retorica nasconda questa incantevole superficie: «Sarà la scrittura a guidare il racconto» (pag. 89); lo metto accanto a questo stupendo: «nelle narrazioni in prosa ci sono avvenimenti che rimano fra loro» (pag. 37). Quest'altra citazione mi sembra si colleghi per cunicoli tenebrosi con il mito di Medusa: «ciò che i versi comunicano attraverso la musica delle parole è sempre un senso di dolcezza, anche quando definiscono esperienze d'angoscia» (pag. 63). Questo discorso, che qui tratta di Leopardi, rimanda all'impossibilità di «essere tenebre» del discorso letterario, ma solo specchio, chiaro e freddo, anche lùdico, oscuramente felice. In conclusione, tutto il discorso di Calvino porta a quel misterioso, ambiguo, emblematico culmine che è la retorica. La chiarezza rifiuta l'impuro allettamento dell'ispirazione: meglio «la pedagogia dell'immaginazione». La retorica è la grande difesa nei confronti del fascinoso automatismo, della confusa potenza della visione. L'illusione di colui che scrive è che egli sia veramente titolare in proprio di un potere letterario, che in definitiva lo specchio non esiste. Ma che cosa è l'argomento dello specchio? Ancora la letteratura, la letteratura come mondo, spazio, universo. «La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati».

In «Il Messaggero», l0 giugno 1988; ora, con il titolo Calvino, in Antologia privata, Rizzoli, Milano 1989.
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