Riga n. 11
Alberto Giacometti
Alberto Giacometti
Conversazione con Gian Gaetano Tour


(La domanda cui Giacometti risponde non è stata registrata e la conversazione risulta in realtà avviata da tempo.)

È molto difficile rispondere, perché una concezione artistica moderna non ce l'ho, se proprio penso rigorosamente a dove mi trovo, perché — dato lo sviluppo, che dipende dall'epoca stessa e dal posto dove ho lavorato, e dal fatto d'essere figlio di pittore, e tutto l'insieme — naturalmente si passa per tutta una...

...trafila, uno sviluppo...

...Beh, si riviene a uno sviluppo, influenzati da tutto quello che si vede e si sente, dalle cose del passato che ci toccano, dalle cose d'oggi che ci son vicine, e a poco a poco si arriva ad avere una visione più personale, una posizione più personale.
Ma allora io mi son trovato che, partendo certissimamente sotto l'influenza di mio padre e dei libri che vedevo nella casa di mio padre - dunque a quell'epoca lì per me la pittura era l'Impressionismo, più o meno, con tutti i pittori che si ammiravano nel passato e che si consideravano come predecessori, in fondo -, dunque ho cominciato naturalmente - salvo che, essendo bambino, dove si fanno dei disegni di fantasia, immaginari, no?... non immaginari: una visione della realtà, ma... lì si comincia a parlare dei disegni dei bambini... non hanno niente in comune col disegno o con l'arte di qualcuno che comincia a essere cosciente di quello che fa -, dunque, al momento che coscientemente, disegnavo e pitturavo, ho cominciato a lavorare dal vero, facevo quello che mio padre faceva - sentivo differentemente, forse... ma insomma il principio era il medesimo.
Poi, continuando, dopo alcuni anni mi sono trovato nell'impossibilità di copiare qualsiasi cosa dal vero, tutto mi diventava impossibile. Dunque, ero obbligato, per realizzare o volendo realizzare qualche cosa, diciamo l'esperienza del lavoro mancato della realtà, di farne una specie di riassunto volontario o indiretto; dunque, di non più lavorare dal vero, ma di cercare cosa son capace di fare di tutto quello che ho visto e sentito, cosa posso fare essendo tutto solo in una stanza vuota. E allora mi son reso conto che si può fare pochissimo, ma quella pochissima cosa, anche molto semplice, diciamo una specie di lastra appena ondulata, evoca immediatamente il contrario, dunque una costruzione diciamo acuta. E si fa quella. E per dieci anni non ho fatto altro che fare una specie di sistema, o di scena, della mia reazione davanti alla realtà, ma che era una struttura dove la sensibilità... che diventa un oggetto, che a poco a poco diventa un oggetto in sé. Dunque, arrivavo a fare una scultura come un falegname fa una sedia, quasi, dove si ha il bisogno dell'oggetto che esiste in sé come oggetto, come qualsiasi oggetto, non più rapportandosi a una visione particolare, o una sensazione della realtà... E poi, dovendo fare, per vivere, degli oggetti reali, vale a dire dei vasi o dei lampadari o delle altre cose simili, mi son reso conto della differenza che esiste tra un oggetto, un bicchiere, un vaso, una sedia e una pittura, una scultura, un disegno: non sono del medesimo ordine: uno è un oggetto in sé, come una pianta è una pianta in sé, e una pittura e una scultura non può mai essere che una cosa che si... che rimanda ad altra cosa che a se stessa, dunque come la scrittura, in fondo: non diventa che un mezzo per esprimere una sensazione altra rispetto all'oggetto stesso. E molto confuso come lo dico, ma...
Un quadro che si riduce a tre macchie di colore, se si vuole, precise, come Mondrian per esempio, diventa un oggetto in sé, che logicamente potrebbe diventare o un tappeto o una ceramica - e molti pittori sono arrivati fino a quel punto lì -, ma non può più essere che una speculazione di ripetizione e... È molto difficile dire quello che voglio dire... Invece un quadro che rappresenta un paesaggio o un soggetto - che sia un soggetto direttamente visto nella realtà o immaginato, la differenza è poca: di fare un ritratto, un vaso di fiori o una battaglia, anche non vista, è una differenza di spirito, di personaggio, d'interesse, ma non è una differenza fondamentale - lì la pittura non diviene che il mezzo per esprimere altra cosa che se stessa.
E troppo complicato e mi esprimo molto male, ma in ogni modo, volendo continuare la mia esperienza, sono arrivato per finire a fare dei cubi. Ma quando faccio un cubo con una certa forma non è un cubo geometrico ma è un cubo che ha ancora una certa sensibilità, se si vuole, ma non potevo più che fare ripetizioni di cubi o sfere più o meno riuscite o più o meno mancate, e in fondo l'esperienza stessa finisce.
Ma lì, volendo fare delle composizioni, mi son trovato nella necessità di far di nuovo, dopo dieci o quasi quindici anni, studi dal vero, credendo di poter fare in quindici giorni uno studio di una testa e capirlo una volta per sempre e andare oltre. Quando ho ricominciato, dopo due mesi ho visto che non vedevo niente, ho continuato e dal '35 fino a oggi, dunque fanno venti e tre anni, non ho fatto che cercare di rendere il più vicino possibile quello che vedevo nella realtà e che m'impressionava di più, e ciò è diventato sempre più complicato.
Dunque posso dire che, se fino al '35 ho fatto delle cose che credevo delle sculture realizzate e che era una posizione estetica o moderna, dopo d'allora non sono più che uno che cerca, per il quale la pittura o la scultura non è che un mezzo per sapere come vedo la persona che sta seduta davanti a me, no?, e non ho più niente da... A partire da lì, che un quadro riesca o non riesca non ha più nessunissima importanza, perché anche quando arrivo al punto di non saper più far niente è ancora un progresso sul fatto di saper fare qualche cosa, che era inferiore al fatto di vedere che anche quello non andava. Dunque, ad ogni modo, lì non so più come continuare: non è che un'esperienza, non faccio più che la pittura e la scultura per sapere come vedo le cose, e non posso più avere... non posso più difendere nessunissima posizione, se si vuole, combattiva artistica moderna e mi sento assolutamente isolato e... per forza. E una posizione un po' dubbia, del resto, perché il fatto di poter passare degli anni a fare un esercizio che assolutamente... egoista, per sé, senza nessuna relazione con l'insieme della società è una posizione nella quale ci si sente più o meno «mal à l'aise», come si dice?

A disagio.

A disagio, sì. Ma insomma bisogna prenderla... accettarla, anche se si è coscienti che non è una posizione difendibile.

Segantini: Io mi permetto, caro collega, di fare una sintesi...

No, perché parliamo del posto dove siamo, allora io penso che in un posto simile l'interessante, o ciò che sarei molto curioso di vedere, è ciò che gli abitanti stessi della Valle possono produrre. Per esempio, in tutti i posti ci sono diverse persone che disegnano, non professionalmente, ma irresistibilmente, quando ne hanno il tempo. Dunque, sarebbe interessante guardare, sviluppare il più possibile nel disegno, come negli altri ambiti, tutto quello che fa la gente qua. Credo che uno potrebbe essere utile all'altro e vedere ciò che può... ciò che potrebbe produrre, no? Io vorrei vedere queste sale riempite di disegni di... quasi invitare tutti quelli che vengono a visitare la casa a fare dei disegni sui muri... beh, bisognerebbe prepararli, mettere delle carte, perché i muri sono talmente belli, e le volte, eh?, che sarebbe troppo male rovinarli.
Ma per venire alla discussione, la sola cosa della quale sono persuaso è che sempre il soggetto è l'essenziale, che mai un quadro, che mai una testa, né un vaso né una montagna può essere il pretesto per fare un bel quadro, ma il quadro è sempre un mezzo per esprimere la visione della montagna ed è lì dove sono in disaccordo con circa tutta la pittura moderna.

Segantini: E lì siamo invece d'accordo.

...E lì il signor Segantini dice che siamo d'accordo, ciò che mi fa un grandissimo piacere, perché mi sembra la sola posizione realmente difendibile in arte.

Segantini: Si, perché è l'unica posizione che tutti possono comprendere, perché la comprensibilità dell'opera d'arte deve stare anche in rapporto alle qualità...

(Qui s'interrompe la registrazione.)

Registrazione di un colloquio autobiografico effettuato da Gian Gaetano Tour a Stampa il 28 giugno 1958, proveniente dagli archivi della Radio della Svizzera italiana, che ringraziamo.

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