Riga n. 11
Alberto Giacometti
Alberto Giacometti
Conversazione con Marianne Adelmann: photo-finish

Sartre, Genet e molti altri hanno riempito pagine e pagine descrivendo Giaco-metti come un artista esistenzialista, le cui creature abitano un mondo senza orizzonte né via d'uscita, un mondo fatto di vuoto e disperazione in cui i principi costituiti sono banditi e i sensi intorpiditi. A suo modo Giacometti esprime quel che prova di fronte agli orrori di questo secolo, in particolare riguardo alla lenta morte dell'individuo. Non è mai soddisfatto e afferma che non troverà mai ciò che cerca: «Se lo trovassi, sarebbe la fine». Ogni sua scultura è Angst a tre dimensioni. Nel braccio teso, nelle gambe senza fine dell'Homme qui marche (Uomo che cammina), negli occhi sferici e nelle teste appiattite, la tensione è quasi tattile.
Eppure, qualunque cosa gli altri affermino, io credo che la sua vera ossessione per l'anatomia umana lo sollevi completamente – e fortunatamente – al di sopra del triste ambito esistenzialista. La sua incredibile perseveranza (settimane, interi mesi su una stessa figura) e la sua interpretazione del corpo, severa ma sensuale, fanno di lui uno scultore in positivo. Come la mano di Dio trasmette la vita ad Adamo nell'affresco della Cappella Sistina, così La main (La mano) di Giacometti comunica vitalità e speranza.
In una grigia domenica di ottobre entrai in un cortile grigio, sudicio e sgretolato, custodito da una donna emaciata, di gesso. Una testa grigia tutta arruffata su una figura ricurva, esile, fece capolino con espressione interrogativa da una porta grigia. «Ehm... bonjour... eccomi». Naturalmente aveva solo una vaga idea del perché io fossi lì. Dopo qualche mia timida parola di spiegazione ci avviammo verso un locale nei dintorni per mangiare qualcosa. Giacometti avanzò a lunghi passi fin sulla strada. Qui si fermò e rimase a lungo in silenzio a fissare il cielo... oppure i comignoli dell'altro lato della strada? Quando ci eravamo incontrati l'ultima volta, era rimasto a fissare le cime degli alberi di Rue d'Alésia nello stesso identico modo. Nei locale che frequentava abitualmente, davanti a molte tazze di caffè, sigarette e uova sode vecchie di cent'anni che liberava dal guscio con le mani incrostate di argilla, mi domandò in tono familiare della mia vita, dei miei viaggi e con quella sua voce stridente parlò di quanto sia importante amare immensamente quello che si fa e di quanto si divertisse ((tanto») a scrivere, e anche dell'arte oggi. Piegò la testa di lato e continuando a chiacchierare afferrò una penna a sfera blu, tracciò soprappensiero qualche segno sulla prima pagina del «France-soir», poi lo mise da parte.
Più tardi, nel suo studio, semi appollaiato sullo sgabello – una gamba su e una giù – riprese a modellare una testa d'uomo; disse che ci aveva lavorato senza sosta fino a notte fonda e poi era mancato poco che non la distruggesse. Rompeva di rado il silenzio, e solo per fare un'osservazione o per maledire con foga l'argilla ribelle. Sembrava che se non fosse stato necessario mangiare, dormire e fumare, non avrebbe mai abbandonato quell'antro squallido, e che le sue lunghe mani, la testa e le gambe fossero tutt'uno con le teste e gli arti sparsi lì intorno. La stanza di un uomo in pezzi. Ci trovammo d'accordo nel pensare che gli occhi e le mani sono le parti più essenziali del corpo umano, e poco prima che scattassi un primissimo piano, disse: «I miei occhi non riposano mai». Arrivarono alcuni visitatori. Lui sorrise e commentò con sarcasmo un certo fatto, poi rispose alle domande a proposito del busto a cui stava lavorando: «È la prima volta che aggiungo agli occhi, invece di togliere».
Subito dopo mi accompagnò in strada e si diresse verso il suo locale. Le nostre strade si divisero. Da lontano lo vidi di nuovo scrutare il cielo a lungo con espressione piena di meraviglia. Rammentai che una volta aveva scritto: «II mondo mi stupisce ogni giorno di più. Diventa sempre più immenso e sorprendente, più inafferrabile, più bello...».

Nel catalogo della mostra alla Galerie Beyeler, Basilea 1964. Traduzione di Claudia Verpelli.
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