Riga n. 18
Alberto Arbasino
Roberto Tedeschi
Lettera

Caro m.
questa mattina tardi (domenica) sono stato al cimitero della Piramide che è un luogo amenissimo, sereno come sono i cimiteri non controriformistici, con una vista della Piramide Cestia esoterica al di là delle intenzioni. Si tratta di un posto senza disagio; si potrebbe dire che la sofferenza non è in mostra. Ci sono le Cinera Gramsci, ma quelli che vengono da visitatori sono qui per Keats e Shelley. Ci si può sedere su una panchina e leggere un libro. Lo si può raccontare senza temere effetti pubblicità: Pasolini ha dedicato uno dei suoi testi poetici all'andare lì (e la raccolta ne ha ricevuto il titolo), eppure non c'è quasi nessuno. Mi sento arbasiniano.
Non so quando ho cominciato a leggere Arbasino, sui giornali: quando ho visto che sbeffeggiava gli italici costumi - si passa il Brennero, di ritorno, e cominciano i casotti e i ruderi di casotti - con questa lingua straordinaria, appunto (.casotti e ruderi di casotti» indimenticabile), E poi un po' di sobrietà, non fare pesi e misure diverse e ludibri alla viltà e alle meschinerie. Certo per star dietro ai riferimenti e agli intrecci e alle connessioni a distanza bisogna aver letto visto e sentito di più, ma il grammo di cialtroneria serve anche a questo, farsi bastare dove si arriva e ridere anche del resto: fin qui si fa con Dante, Leopardi (e Gramsci), o i loro più prossimi sostituti.
Man mano ho anche visto e sentito altro e mi è servito: vedere l'Isabella Gartner Museum per leggere Arbasino e viceversa. Utili molte lezioni di stile anche nel quotidiano: mai lamentarsi o dire e scrivere cose da depressi, non pensare di essere interessanti, noi e le nostre micro miserie o disgrazie. Sapendolo, si evita di essere noiosi e di accettare di passare tempo coi noiosi, o almeno aiuta. A un amico che stava a Cape Cod un paio di mesi invece di una lunga lettera ne ho mandata una breve e due pagine di circostanza fotocopiate da Fratelli d'Italia.
Arbasino è un moralista massiccio: ci si deve divertire delle cose che si sanno e si fanno e non fare errori, ne sono già stati fatti talmente tanti che bisogna impedire i corsi e i ricorsi, che sono sempre 1ì in agguato o, peggio, tornano proprio. E quindi bisogna saperne molto e lavorare molto. (Anche solo per far funzionare meglio qualcosa di pratico e di utile, fa capire. Messa così, capisci che mi era impossibile resistere.) A. spiega cosa fare e cosa è meglio non fare. Senza questa spina dorsale non sarebbe lui. Dopo spiega come si fa e lo stile è una cosa che mostra con il racconto stratificato, tornando e ritornando. Poi c'è la pratica dello stile nel testo: le parole e le frasi pescate e accostate a produrre (e avendo predato) pagine di cassette di attrezzi. Anche sulla lingua la lezione è schiacciante, non leggera: la sgangheratezza e le goffaggini miserrime dello scrivere e parlare a frasi fatte e a conformismi nuovissimi esposte solamente con le elencazioni e le giustapposizioni con effetto di ironia automatico, non c'è bisogno di intervento umano.
Poi ci sono le testimonianze di posti, eventi e fatti per dare l'esempio, un autentico catalogo e guida di cose da vedere con alcuni capolavori nei capolavori (la camera del Correggio a Parma) mai visti anche quando uno ci abitava vicino. E così come non ci si lamenta mai non si brontola, tuona, inveisce o apocalissi-promette mai. Si ironizza molto e si mostrano le sguaiataggini. Infatti non c'è bisogno di enfasi, quando, di fronte anche a un quadro o a un'opera, oltre che a un evento sociale o politico, si dispiega una quantità di riferimenti a fatti opere e avvenimenti (l'evidenza empirica) non a ragionamenti o argomenti. A. non ragiona per concetti, ma collega oggetti, opere, frasi, avvenimenti e anche vocaboli mostrandoli sulla pagina. Così scompaiono il tempo e lo spazio, schiacciati sul piano della visione, le cose viste e lette sono riportate al presente; solo così sì evita di fare sciocchezze e peggio solo perché sono passati 10 o mille anni o mille chilometri. I comportamenti e le opere sono lasciati alle loro relazioni logiche, e poiché vediamo, estetiche. Come si comportavano e venivano trattati gli emigrati italiani e come gli immigrati si comportano oggi in Italia, ecc. Un po' di behaviorismo che, appunto, solo vede serve a depurare del pathos delle motivazioni e delle ideologie; da questo si parte, poi si procede. Anche come conseguenza, A. è senza cuore, non ci sono gli affetti e tantomeno scrive di suoi.
Ci sono pagine da non perdere sul conformismo del politically correct dove tutto va bene e non si dice no a niente: «è la cultura di qualcuno». Mentre i criteri per un vivere civile prevedono anche i no; e il modo in cui si può parlare di questi argomenti è mettendo di fronte le posizioni opposte enunciate rispetto al caso analogo, solo con la distanza di qualche anno o mare, o ideologia. A quel punto, fatto spettacolo dell'incoerenza, «fate voi». Il tempo e le distanze non sono un avversario: si superano leggendo e scrivendo; anche, viaggiando. Così si accumulano le cose viste e ci si può mettere al riparo dai «corsi e ricorsi». E delle ridicolaggini già dette; e, visto che siamo implacabili, non sfuggono neanche le insulsaggini già indossate.
Certamente per liberarsi dei ricorsi e per usarli per leggere ciò che sta in quel momento davanti all’occhio bisogna reggere la velocità delle continue irruzioni dell’alto e del basso e riconoscendo quando l’alto è contrabbandato nel basso ecc. Allora avere letto e visto e sentito è meglio, e, in questo caso, leggere Arbasino ne tira fuori un po’ di valore in più, e si è soddisfatti (e divertiti).
Saluti a tutti
r.
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