Riga n. 18
Alberto Arbasino
Mario Fortunato
A&A

Alla fine del secolo scorso in Boemia i giudici dovevano essere bilingui per poter sempre tenere i processi nella lingua dell’accusato, ossia in ceco o in tedesco. Però, dal momento che era più facile che un ceco sapesse il tedesco che non il contrario, risultò chiaro che questa legge avrebbe finito per insediare nei tribunali soprattutto giudici cechi.
Non so come tutto questo possa fare da sfondo all’oscuro processo in tedesco raccontato da Kafka. E certo però che il tedesco rispetto al ceco è sempre stata una lingua di sfondo, in cui s’è installato Kafka: una lingua essenzialmente culturale, perché regolata da una tradizione letteraria più complessa e potente (la lingua di Goethe).
Leggendo l’ultimo straordinario romanzo di Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, si ha ancora l’impressione che, rispetto al ceco, il tedesco sia una lingua culturale di sfondo; che sia soprattutto la lingua pesante degli imperativi categorici, della categorizzazione astratta dell’esperienza, e insomma “la lingua di Kant”.
Data questa situazione di bilinguismo, il ceco appare dunque come una lingua franca e il tedesco come una lingua per usi specifici. E mentre per raccontare una storia di solito sono più utili le lingue franche, il tedesco fornisce qui una possibilità supplementare, largamente usata da Goethe a Musil: quella di coinvolgere nel racconto la riflessione su categorie astratte dell’esperienza, le categorie che derivano dalla lingua dei filosofi.
Ho scoperto l’Anonimo lombardo negli anni del liceo. Vivevo a Crotone in Calabria e non era facile trovare i libri che si cercavano. In pratica, le librerie non esistevano. Non parliamo delle biblioteche. L’Anonimo lombardo mi capitò letteralmente in mano. Edizioni Einaudi, Nuovi Coralli. A possederlo era il mio amico Emilio (come il personaggio del racconto). Cominciai a leggere a casa sua. Proseguii per tutta la sera, finché non lo terminai.
Che c’entravo io con tutte quelle prime alla Scala, con i pullover di cachemire, con la Callas e la melomania, con gli appartamentini in viale Proust, con i teatri e le conversazioni eleganti? Oh, io non c’entravo proprio niente. Vivevo in un posto sperduto del Sud, neanche un teatro, figurarsi l’opera (che anzi a me sembrava una roba per vecchie babbione). I maglioni che usavo erano di una lanaccia grezza che produceva fastidiose irritazioni cutanee sul collo e ai polsi. Però Proust lo avevo già letto e riletto, e mi divertiva quel modo di prenderlo in giro prendendosi in giro. Mi piaceva la lingua che Arbasino aveva inventato: tutto un impasto iperletterario, supercolto e insieme ingenuo. Una lingua perfettamente adolescenziale, acuminata, isterica. Io almeno l’adolescenza me la ricordo così, acuminata e isterica.
Ricordo che mi dissi: ecco qualcuno con un po’ di senso dell’umorismo. Non che il mondo (letterario) ne fosse sprovvisto, non credo. Il fatto è che in quegli anni, oltre ai classici, si leggevano parecchi libri barbosi. Principiava la voga dei lamenti catastrofisti e postsessantottini da cui – malgrado la benefica distanza della provincia in cui mi trovavo – temo di non essere stato del tutto immune. E poi l’adolescenza inclina spesso alle cupezze. Perciò ero affamato di ironia.
L’Anonimo lombardo divenne dunque un testo molto compulsato. Devo dire la verità: certe cose mi irritavano anche. Mi irritava un qualche eccesso di autocompiacimento snobistico. Mi pareva che i protagonisti del libro, dovendo dimostrare sempre e a tutti i costi la loro raffinata erudizione, alla fine fossero dei poveretti che si erano montata la testa. Eppure in loro compagnia non facevo che spassarmela. Mi divertiva la loro cattiveria, quello sguardo perfido e volage posato su ogni argomento. Mi divertiva l’omosessualità raccontata (finalmente!) in maniera spiritosa, quasi fosse un privilegio.
Poi per tanti anni l’ho dimenticato. Il libro è uscito dal mio campo visivo. Era stata come un’infatuazione, una febbre. Quando la temperatura cala, la testa sembra vuota e fioriscono nuovi pensieri. Naturalmente, lessi altri testi di Arbasino: ricordo, anni dopo, certe telefonate chilometriche con Pier Tondelli, per chiosare all’infinito i versi di Matinée. Ma l’Anonimo lombardo lo dimenticai. Strano destino per un’opera veramente amata.
Del resto, anche l’autore si era come dimenticato di sé. Scriveva scriveva, ma solo articoli e saggi e interventi civili, e io invece volevo altri «anonimi lombardi», nuovi viali intitolati a Proust. E sentivo un poco compromesso quel mirabile equilibrio fra erudizione e scherzo: troppi titoli, nomi e cognomi. Avevo divorato pure Fratelli d’Italia, ma adesso ero deluso. Non mi importava di leggere sul rapimento Moro — per quello, mi bastava il clima orrendo che respiravo all’università.
Il tempo è passato — un tempo lunghissimo come certi pomeriggi invernali — e una mattina dovevo andare, per conto dell’«Espresso», a intervistare Arbasino a casa sua. Non so più quale fosse l’occasione. Mi preparai molto seriamente. Lessi e rilessi. Ripescai anche una sua cartolina, il nostro unico contatto: me l’aveva spedita a suo tempo per ringraziarmi di un libro che gli avevo mandato. Diceva: «Benvenuto nel club».
Insieme a tutto il resto, rilessi anche l’Anonimo lombardo. Lo ritrovai sublime e spaventosamente perfetto. Altro che infatuazione. Quello era un testo che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita: come certi oggetti da cui non puoi distaccarti. Spero di essere riuscito, quella mattina di parecchi anni fa, a comunicare il mio ritrovato entusiasmo. Dico spero di esserci riuscito perché ero molto impacciato e teso, e anche Arbasino mi apparve impacciato e teso. Io mi sentivo ignorantissimo, una vera e propria zucca. Lui era di una sollecitudine a dir poco imbarazzante. Comunque ce la cavammo. Quando si trattò di scrivere (forma classica: breve domanda, risposta argomentata), cercai di riprodurre nella maniera più millimetrica e precisa il suo modo di parlare. Studiai le pause, il sistema delle ripetizioni, l’uso dell’enumerazione. Capii (credo) che Arbasino non parla l’italiano perché parla la sua lingua, la stessa dell’Anonimo lombardo. Un italiano all’ennesima potenza, coltissimo e meravigliosamente ingenuo.
L’intervista gli piacque. Cominciammo a scambiarci piccoli segni di discretissima amicizia. Qualche cartolina, un messaggio in segreteria telefonica, scambi di libri, e poi un’amica in comune, due amici in comune... Il tutto snocciolato in tempi adeguati...
È diverso Alberto dall’autore che tanto tempo fa immaginavo dietro le pagine dell’Anonimo lombardo? No, non è diverso. E un ragazzo piuttosto timido, un po’ snob, molto colto, uno con cui non ti annoi. E poi è un sentimentale. Non lo dà a vedere, finge distrazione, magari si nasconde dentro a un complicato giro di parole in cui non ti raccapezzi, ma lui è un sentimentale. Come lo era lo scrittore dell’Anonimo lombardo. Tutti i ragazzi sono dei sentimentali. Sono belli per questo.
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