Riga n. 28
Gianni Celati
Ermanno Cavazzoni
L'impero telematico

In un pubblico incontro con Gianni Celati e altri su Libri di carta e libri in rete (maggio 2008), avevo letto qualche appunto, nato dalle tante discussioni private che sull’argomento abbiamo avuto (spesso dopo una vodka benaugurale); e che qui adesso affettuosamente gli dedico.
 
L’impero romano ha incominciato a cadere nel 476 dopo Cristo e sta ancora cadendo. Ha cambiato capitali, ripetutamente, perfino Ravenna è stata capitale, seminascosta; Parigi, ecc. ecc.; è successo anche che più recentemente la capitale per un po’ sia stata spostata in America; ed è successo che ci fossero tante capitali in concorrenza, Berlino, Mosca, Londra, Madrid, il Vaticano; e tutte le guerra tra queste capitali sono state guerre intestine all’impero romano, che nessuno ormai cita più col nome di impero romano, perchè altrimenti dovrebbero dire che siamo dentro la sua caduta. Lo citava lo zar, perchè zar vorrebbe dire Cesare, il continuatore di Cesare, Kaèsar, e infatti è caduto; e Lenin e Stalin non lo citavano l’impero per scaramanzia, però sono caduti lo stesso, in quanto usurpatori: chi gli aveva dato il diritto di governare in quella provincia remota con la scusa di farlo rinascere? L’ultimo a citarlo senza remore e a farne un proprio vanto fu Mussolini, che per 20 anni disse che l’impero romano non stava ormai più cadendo, e si inventò a questo proposito il passo di corsa dei capi, a significare che si reagiva alla caduta, e si reagiva correndo, e lui stesso, Mussolini, in molte occasioni celebrative si metteva a correre, non al massimo della velocità, ma a circa 10 o 15 chilometri all’ora, su distanze da piccolo fondo, ad esempio 200 metri, prima di raggiungere il palco dove di slancio teneva un comizio; e comunque tutti i suoi gerarchi arrivavano senza fiato, accaldati, con le ascelle bagnate, molti erano fumatori, e la faccenda di correre svelava che in realtà l’impero romano stava rovinosamente continuando a crollare, anche se Mussolini si faceva chiamare duce e faceva scrivere Dux, per illudere il popolo sulla sua antichità. La faccenda di correre era un palliativo, lo capivano tutti; nessuno io credo si è convertito al fascismo per via di quelle corsette di Mussolini assieme ai gerarchi, e nessuno ha pensato che risorgeva l’impero romano con quel metodo.
Ma neanche, io credo, si accelerava la sua caduta.
L’impero romano continuava a cadere per una sua propria spinta, nè Hitler ne ha variato la velocità, nonostante le immense stragi, e nonostante (quando fu in visita da Mussolini) l’avesse convinto a non coinvolgerlo nel passo di corsa assieme ai gerarchi; poichè la nazione germanica, disse a Mussolini, per fermare la caduta dell’impero romano preferiva marciare col passo dell’oca, tutti ben allineati e inquadrati. Ogni popolo, disse in quell’occasione Hitler a Mussolini, ha un suo modo di esprimersi. Così si addivenne a un accordo, e in quell’occasione alla fine viaggiarono in macchina; se qualcuno al loro seguito voleva correre al piccolo trotto, questo non fu impedito; nè fu impedito di marciare col passo dell’oca, casomai Göring volesse farlo assieme ad esempio a Farinacci e agli altri del ceto politico italico. E si fecero grandi discorsi d’intesa, ognuno seguendo il suo stile, Mussolini aveva ad esempio in testa il fez, Hitler il cappello a cilindro, durante l’incontro, ma l’impero romano continuava a cadere, e continua tutt’ora. Come mai? mi si chiederà. E’ stato il cristianesimo? Beh, direi che il cristianesimo è stata una delle manifestazioni della caduta dell’impero romano. Sono stati i barbari? No, anche loro erano parte dell’impero romano e hanno continuato a cadere insieme, sotto la dicitura di regni romano-barbarici. Poi ci fu la rivoluzione francese, poi ci furono le ferrovie, l’elettrificazione, le macchine col motore a scoppio e le relative strade asfaltate che unificavan gli stati in un’unica rete. Ma l’impero romano era insensibile, tutti mezzi senza efficacia, cioè tutti mezzi che facevan gridare al progresso, che è un sinonimo per impero romano. Poi ci fu la rete telematica, e l’impero romano fu un fatto elettronico, cioè sembrava ricostituito, non c’era neanche più bisogno della capitale, l’impero romano era lui che entrava in casa di tutti senza che ci si scomodasse a andarlo a cercare (tranne i vecchietti che si mettono in ansia, per via che per loro il telematico è peggio dell’impero romano, è più complicato e astratto). Ah! questa grande illusione che ci percorre regolarmente come una febbre! Per cui l’impero romano sembra quel gran fatto spirituale che tiene uniti volenti o nolenti. E invece è solo la sua caduta che si sperimenta, una continua, antichissima, inarrestabile caduta. Parlano di villaggio globale; è una metafora, per dire che l’impero romano si sarebbe addomesticato, tanto che ormai non si vede ma c’è nell’aria, è una faccenda di onde elettromagnetiche via cavo o via etere, non c’è bisogno di Mussolini, non c’è bisogno del passo dell’oca o di vestirsi in orbace.
Più l’impero romano è spirituale (o virtuale) più si aggrava il suo crollo, e più noi uomini siamo esseri in mezzo al deserto, solitari, e senza nemmeno demoni tentatori a farci la corte. Ognuno nella sua spelonca, nel suo condominio, nella sua villetta a schiera, mentre fuori l’impero romano secca l’erba, e muoiono di sete anche dromedari e cammelli.
Bene, uno dice, stiamo allora ognuno nella sua grotta a fare i morti, e a fantasticare.
E dice bene, quest’uno, perchè l’attività di fantasticazione non sarebbe una brutta cosa, che porta poi a annotarsele le fantasticazioni, e ogni tanto a farne dei libri. E qui si possono fare altre osservazioni, in aggiunta alla storia dell’impero romano.
Un libro è un libro quando è di carta, e perciò è qualcosa di stabile; diciamo che un libro è un piccolo monumento, anzi direi che è una pietra tombale, qualcosa che si erge contro il tempo e dice: qui giace sepolto l’elettroencefalogramma del tale dei tali (sempre che sia un libro nato dall’anima e non da un corso di scrittura creativa). E ognuno in casa sua (nella libreria) ha un piccolo cimitero di lapidi, o di elettroencefalogrammi, o di anime (per usare un termine che ha più tradizione), perchè l’anima non emigra da nessuna parte, sta là dove c’è la sua lapide. E essendo il libro un oggetto duplicabile, anche l’anima si è adattata alla diplicazione.
Un libro in rete invece cos’è? uno scritto in rete? Beh direi che è un essere insepolto e senza riposo, per via che non c’è un’urna per le sue ossa, e non c’è una pietra piantata per terra che dura (come han durato le pietre dell’impero romano). Uno scritto in rete ricorda i morti annegati nel mare, che un tempo, nell’antichità, erano casi in cui ci si disperava; il corpo riaffiora ogni tanto, a volte si arena su un litorale, insieme a tanti altri avanzi di naufragi, ma si arena dove nessuno lo riconosce, troppa roba porta il mare a riva.
In rete ci sono solo cadaveri in decomposizione. Anzi dico meglio: in rete ci sono naufraghi, tantissimi naufraghi, che per un po’ restano vivi e parlanti; alcuni sono imbarcati su delle scialuppe, che li trasportano; è tanto grande il mare che non si rema, inutile! e anche un motore dura poco per via che il serbatoio tiene poca benzina; ci si fa portare dal vento e dalla corrente; tra naufraghi ci si saluta, ci si dice il nome, poi il barchino si sfascia, per un po’ si vive attaccati a un bidone, a un’asse, a una ciambella gonfiabile, e ci si continua a salutare: «buongiorno, sto affogando», «anch’io». «C’eravamo imbarcati...», «anche noi».
Il mare è pieno di avanzi, anche cose utili, che galleggiano, sedie, tavoli, cataloghi arredo, elenchi, remi, cassette, attrezzi per fare ginnastica; e che qualcuno camminando sul litorale recupera, perchè il mare in questo senso è una grande discarica. I naufraghi però quando si arenano sono già cadaveri; è tutto un gran cimitero, il mare, e uno dalla riva può stare a guardare un cadavere, come si guarda un cerchione di botte che non è più di nessuno; e la plastica! quanta roba di plastica butta sulla spiaggia il mare! che in questo senso il mare ormai fa anche un po’ schifo.
Quindi, riassumendo, niente vieta di mettersi in mare, anzi, niente vieta di mettersi in rete (on line); si sappia solo che si perisce; e questo è un fatto, si dirà, che comunque non si può evitare. Anche chi discute, chiacchiera, dibatte, alla fine perisce; anche chi chiacchiera in radio o alla televisione, sono tutti cadaveri, il gran mare dell’indifferenziato li aspetta, alcuni in televisione sono già gonfi, come gli annegati, li si vede già che galleggiano alla deriva, come galleggiano per un po’ i loro giornali, i fogli appiccicati, illeggibili, le foto stinte, che poi a poco a poco si decompongono. E si noti che è un mare questo che non ha tempeste (il mare elettronico), non è un mare agitato, è come il grande mar dei Sargassi, che si stende immobile, ma inghiotte tutto; e su tutto poi si stendon le alghe, che sono l’unica lapide generale in memoria.
E i libri? Beh i libri invece sono come piccole piramidi di Cheope. Anche loro non durano un’eternità. Però più affondano nella sabbia, più la sabbia del deserto le copre, più durano. Elettroencefalogrammi che si mantengono, in stato quiescente.
Perchè esercita tanta attrazione e esaltazione la rete? Beh, perchè da un lato è un po’ come l’impero romano, che ogni tanto qualcuno crede di averlo ricostituito, in modo che non ci sia più nulla al di fuori, l’impero romano assorbe tutto, anche i barbari, o li assorbirà. E da un altro verso la rete è un po’ come il mare, dove chiunque ci si metta a bagno può galleggiare; il mare è democratico, uno gonfia qualcosa con un po’ d’aria, se lo mette in vita ed ecco già è lì con gli altri bagnanti, che galleggiano tutti, commendatori, pubblicitari, avvocati, poeti, televenditori, commercianti, studenti e operai, tutti galleggiano, anche le commesse, le studentesse, le pornodive, i gruppi di pedofili organizzati, i voli a basso costo. Il mare riceve di tutto; illude anche che si possa brillare, sulla cima di un’onda, con una poesia ad esempio. Può darsi, chissà! L’epoca balneare è cominciata da poco; e anche l’impero romano chissà quando finirà di crollare.
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