Riga n. 15
John Cage
Alessandro Carrera
Parabola per chi crede nel caso

Il protagonista di questa storia aveva quattro anni nel 1958 e di quel periodo non si ricorda molto. Lui e i suoi genitori allora abitavano a Milano, in un palazzo che dava su via Catone dalle parti della Bovisa. Dall’altra parte della strada si scendeva in prato più basso del livello della strada e che al centro aveva un ovale di terra battuta dove i ragazzi del quartiere andavano a giocare a pallone. Al suo posto adesso c’è una enorme chiesa di mattoni rossi che la gente del quartiere chiama il Kremlino. Una delle poche cose che il protagonista di questa storia si ricorda di quell’anno 1958 è che i suoi genitori avevano appena comprato la televisione. Se cerca di ricordarsi che cosa vedeva, gli sembra che ci fossero dei signori un po’ sfocati, vestiti in giacche chiare, che alzavano un braccio con un microfono in mano e facevano entrare altri signori un po’ sfocati e vestiti anche loro in giacche chiare.
Nel 1958 il compositore americano John Cage aveva quarantasei anni. Un giorno il protagonista di questa storia ha avuto la curiosità di andare a vedere cosa faceva John Cage in quell’anno 1958, e così ha consultato la Tavola cronologica della vita di John Cage compilata da uno che si interessa di queste cose e che si chiama Ellsworth Snyder. La tavola cronologica dice che il compositore John Cage ha passato l’estate del 1958 in Europa insegnando un corso di musica sperimentale in una città tedesca di nome Darmstadt, e poi è stato quattro mesi in Italia dove ha composto un pezzo intitolato Fontana Mix allo Studio di Fonologia della Rai di Milano. Snyder aggiunge che John Cage è apparso al quiz show italiano «Lascia o raddoppia» come esperto di funghi e nel corso di cinque serate ha presentato certe sue composizioni, vincendo anche seimila dollari circa per avere dato risposte giuste a domande che riguardavano i funghi.
Il protagonista di questa storia non si ricorda di avere visto quel signore strambo alla televisione nel 1958 perché se ci pensa gli sembra di vedere solo signori in giacca chiara che fanno entrare altri signori in giacca chiara. Ma per altre cose aveva una memoria molto buona, così gli dicevano, per essere un bambino, tanto che quando ha avuto sei anni un vicino di casa che lavorava alla Rai e che lui incontrava qualche volta sulle scale aveva detto a sua padre che se voleva poteva mandare suo figlio che aveva una memoria così buona alla trasmissione speciale di «Lascia o raddoppia» che si faceva una volta all’anno e alla quale si invitavano i bambini che avevano molta memoria o erano molto svelti a fare i conti o sapevano disegnare o suonare il pianoforte. Suo padre però aveva detto di no perché aveva paura che suo figlio si montasse la testa, ad avere solo sei anni ed essere già stato in televisione. Questo infatti era quello che ripeteva quando raccontava la storia ai parenti: che avere tanta memoria era una bella cosa, ma lui non l’aveva lasciato andare in televisione perché se no il bambino si sarebbe montato la testa e sarebbe diventato come tutti i bambini che vanno in televisione che poi danno dei problemi ai genitori perché si sono montati la testa. E anche il protagonista di questa storia ci aveva creduto e diceva a tutti che suo padre aveva fatto bene a non mandarlo in televisione perché se no lui si sarebbe montato la testa.
Al protagonista di questa storia piaceva la musica, e siccome crescendo era diventato un po’ snob, andava a cercare le musiche più difficili e che facevano turare le orecchie alla gente normale. Più gli altri si turavano le orecchie, più quelle musiche piacevano a lui. Ogni settimana comprava all’edicola un’enciclopedia a dispense che si chiamava La musica moderna ed era pubblicata dai Fratelli Fabbri Editori. Costava settecentocinquanta lire al fascicolo e conteneva un disco omaggio di venti centimetri di diametro. In uno degli ultimi fascicoli si parlava del compositore John Cage e nel disco c’era la sua composizione Music Walk del 1958. Il fascicolo spiegava che il compositore John Cage aveva eseguito Music Walk a «Lascia o raddoppia» proprio come la signorina esibizionista che suona il notturno di Chopin, ma che nell’ironia «alla Linetti» di Mike Bongiorno il compositore John Cage aveva sentito «lo schiacciante menefrego dell’Italia televisiva». L’autore delle note del disco non doveva avere una grande simpatia per il compositore John Cage perché aggiungeva che John Cage aveva guadagnato qualche milione grazie alla sua conoscenza dei funghi e quindi lasciava qualche dubbio rispetto alla sua «inclinazione culturale» e alla sua «etica intellettuale», perché forse gli piaceva il nozionismo. L’autore delle note aggiungeva che forse era possibile utilizzare i giochi del compositore John Cage come divertimenti per l’alta società, magari «in alternativa all’ISD» (ma forse voleva dire LSD), anche se presto il gioco avrebbe rivelato il suo carattere «alienante» invece che «liberatorio». Quel fascicolo era uscito nel 1968, dieci anni dopo che il compositore John Cage era stato a «Lascia o raddoppia». Il 1968 è stato un anno importante perché tutti allora erano sicuri di sapere che cosa era «alienante» e che cosa invece era «liberatorio».
Il protagonista di questa storia non apparteneva all’alta società, non prendeva l’LSD e capitava che, come il compositore John Cage che era andato a «Lascia o raddoppia», anche lui avesse bisogno di soldi. Non è che gli piacesse il nozionismo, però aveva ancora un po’ di quella buona memoria che aveva avuto da bambino. Adesso conosceva molti musicisti, e nel 1977 aveva perfino assistito a un concerto al Teatro Lirico di Milano in cui il compositore John Cage aveva letto per più di due ore delle sillabe e delle lettere che aveva ricavato a caso dal diario di uno scrittore americano che si chiamava Henry David Thoreau. Il concerto era stato pubblicizzato da una radio che trasmetteva musica rock, così il pubblico pensava che John Cage fosse un musicista rock e non capiva perché non si mettesse a suonare una chitarra o un pianoforte. Il protagonista di questa storia cercava sinceramente di spiegare agli spettatori seduti vicino a lui che John Cage praticava un sistema cinese che si chiamava I Ching e seguiva una filosofia giapponese che si chiamava Zen, e quindi era assurdo chiedergli di suonare musica rock, ma gli spettatori non erano convinti e anzi sembravano molto arrabbiati e dicevano che volevano indietro i soldi del biglietto. Due anni dopo, comunque, il protagonista di questa storia decise di fare domanda a «Lascia o raddoppia» perché aveva bisogno di comprare una macchina nuova per andare a fare supplenze fuori Milano e conosceva anche qualcuno alla Rai che avrebbe potuto forse mettere la sua lettera in cima al mucchio, perché i quiz presentati da Mike Bongiorno ricevevano migliaia di lettere ogni settimana. Erano tanti anni che «Lascia o raddoppia» era stata sostituita, ma per quell’anno, il 1979, Mike Bongiorno aveva deciso di riproporre per un’ultima volta la vecchia trasmissione nello stesso modo. Il protagonista di questa storia fece domanda a «Lascia o raddoppia» presentando l’argomento «La vita di Beethoven», e un mese dopo gli arrivò la lettera della Rai che lo invitava alle prove di selezione.
La Tavola cronologica della vita del compositore John Cage dice che nel 1979 Cage era molto impegnato a preparare una composizione intitolata Roaratorio, un «circo» di musica «irlandese» basata sul romanzo Finnegans Wake dello scrittore irlandese James Joyce. John Cage aveva compilato una tabella di tutti i posti di cui si parla net romanzo e di tutti i suoni e le musiche che ci sono nominati, e poi aveva deciso di combinarne un certo numero facendosi aiutare dalle monete dell’I Ching perché lui credeva nel caso.
Anche il protagonista di questa storia aveva messo insieme una tavola di tutti i luoghi in cui era vissuto Beethoven e il catalogo completo delle sue composizioni, ogni luogo e ogni pezzo accompagnato da una data. Gli sarebbe piaciuto credere nel caso, forse, ma doveva proprio cambiare macchina, e quindi era meglio arrivare alla trasmissione sicuri delle risposte. Aveva calcolato che c’erano circa duemila domande che Mike Bongiorno gli poteva fare e più o meno cento composizioni che doveva essere in grado di riconoscere alle prime battute.
Il capo selezionatore di «Lascia o raddoppia» era un signore alto, magro e con i capelli bianchi, che faceva quel lavoro da più di vent’anni. Anche lui aveva buona memoria. Sapeva tutta la Divina commedia e molti altri libri. Bastava dirgli Inferno, secondo girone, settimo cerchio, che lui cominciava: «Come d’un stizzo verde ch’arso sia...». Prima faceva un po’ di domande di cultura generale, poi passava all’argomento scelto dal candidato. Ne esaminava una decina al giorno e non aveva mai bisogno di consultare un libro. Il capo selezionatore raccontò al protagonista di questa storia che in tanti anni che faceva quel lavoro aveva trovato solo un concorrente che ne sapeva quanto lui, uno parapsicologo di Bologna di nome Massimo Inardi, tanto che non l’aveva neanche interrogato e si erano sfidati per ore a farsi domande a vicenda.
Il giorno che il protagonista di questa storia si presentò a «Lascia o raddoppia» per la prima volta, Mike Bongiorno aveva pensato di dedicare la serata a Beethoven, e così era stato invitato un bambino prodigio a suonare il pianoforte. Il bambino aveva nove anni, era serio e tranquillo e non sembrava che si stesse montando la testa. Il pomeriggio, durante le prove, il bambino si mise a suonare il pianoforte che era stato portato nello studio. Mike Bongiorno si avvicinò al protagonista di questa storia e gli disse: «Straordinario, non è vero? E lei s’immagini, è un figlio di operai!» Anche i genitori del protagonista di questa storia lavoravano in fabbrica, ma lui non aveva mai pensato a se stesso come «un figlio di operai». Non aveva mai neanche pensato che i suoi genitori fossero «degli operai». Credeva che fosse solo il loro lavoro.
A quel punto entrò un funzionario della Rai che disse a gran voce che mentre il bambino provava nessuno poteva stare nello studio. Il protagonista di questa storia allora pensò che forse il bambino stava suonando lo stesso pezzo che avrebbe poi suonato durante la trasmissione alla sera, e che magari Mike Bongiorno gli avrebbe chiesto di identificarlo. Che fosse un pezzo di Beethoven l’aveva capito, ma non era sicuro di quale. Allora telefonò a casa dove c’era suo padre che era tornato dal primo turno in fabbrica e gli chiese di trovargli un certo disco, di metterlo sul giradischi ad alto volume e di avvicinare il telefono al giradischi, così lui avrebbe capito se il pezzo suonato dal bambino prodigio era quello che lui credeva. Infatti lo era, e quella sera, quando il bambino prodigio lo suonò, lui disse il titolo giusto. Suo padre, a casa, era un po’ perplesso all’idea che suo figlio andasse a «Lascia o raddoppia», però non pensava più che si sarebbe montato la testa.
Le domande della prima serata erano dieci, ma erano facili, non si doveva entrare in cabina e si stava vicino a Mike Bongiorno che le leggeva. Così vicino, in effetti, che il protagonista di questa storia riuscì a leggere qualche risposta buttando l’occhio sul quaderno che Mike Bongiorno teneva aperto. Ma non ce n’era bisogno perché le domande erano facili. Se avesse lasciato a quel punto avrebbe vinto due milioni e mezzo, ma lui raddoppiò perché per cambiare macchina gliene servivano cinque.
La seconda settimana le domande erano molto più difficili. Il protagonista di questa storia stava rispondendo bene, una dopo l’altra, quando all’improvviso si sentì sudare freddo. Una domanda era: «Quanti fagotti ci sono nell’orchestra della Quinta Sinfonia?» Si rese conto in quel momento che nella tabella di duemila domande e risposte che aveva preparato si era dimenticato di mettere le differenti formazioni dell’orchestra nelle varie composizioni di Beethoven. Sapeva che di solito i fagotti sono due, ma pensò che era una cosa così banale che se gliel’avevano chiesto voleva dire che non erano due. Così disse «quattro», si pentì subito di averlo detto, ma ormai era troppo tardi, la risposta era sbagliata.
«Colpo di scena!» disse Mike Bongiorno. «Il fagotto, ancora una volta il fagotto!» Molti anni prima, infatti, un concorrente di «Lascia o raddoppia» che si era presentato sulla musica di Verdi aveva detto che in un certo passaggio dell’Aida si sente un controfagotto, che è una specie di fagotto basso usato poco di frequente. Mike Bongiorno diceva fagotto e il concorrente diceva controfagotto, il notaio diceva fagotto e il concorrente diceva controfagotto. Secondo loro aveva perso, ma il concorrente fece ricorso e lo vinse perché gli esperti andarono a controllare sulla partitura dell’Aida e dissero che aveva ragione lui, in quel passaggio Verdi aveva usato proprio un controfagotto, cosa che non faceva quasi mai. Il protagonista di questa storia invece perse perché avevano ragione Mike Bongiorno e il notaio, i fagotti erano due e non quattro. Due mesi dopo gli arrivò a casa il premio di consolazione, due gettoni d’oro che allora valevano ottantamila lire e che devono essere ancora da qualche parte nella casa dei suoi genitori.
Quella sera a «Lascia o raddoppia» persero tutti i concorrenti. Perse uno storico del cinema di fantascienza che era disoccupato e aveva un gran bisogno di soldi; perse un pensionato che sapeva tutto di ciclismo, ma che poi fece ricorso e forse lo vinse; perse un cancelliere del tribunale di Pescara che si era presentato sulla storia della prestidigitazione. Un’impiegata della Rai simpatica cercò di consolare il protagonista di questa storia dicendogli che era tutta colpa dell’ospite d’onore della serata, un famoso prestigiatore che aveva fama di portare una jella tremenda, tanto che quando si faceva vedere alla Rai i tecnici si toccavano il cavallo dei calzoni perché bastava la sua presenza per far saltare gli impianti elettrici. Mentre lo storico del cinema di fantascienza, il pensionato e il cancelliere si disperavano, protestavano oppure tacevano cupi, il protagonista di questa storia rimase a lungo a chiacchierare con l’impiegata simpatica, che si intendeva un po’ di musica. Finirono per parlare di John Cage e delle trasmissioni a cui aveva partecipato. L’impiegata disse al protagonista di questa storia che avrebbe vinto di sicuro se anche lui avesse avuto degli amici come li aveva avuti John Cage. Aggiunse che lei non ne era sicura, era solo una voce, ma aveva sentito dire che un famoso compositore e un importante musicologo, che nel 1958 erano ancora giovani, lavoravano alla Rai e volevano che John Cage continuasse a collaborare con loro allo Studio di Fonologia, erano entrati di nascosto negli uffici di «Lascia o raddoppia», avevano copiato le risposte delle domande sui funghi e le avevano passate a John Cage.
Così il protagonista di questa storia, mentre tornava a casa con la Fiat 850 che per un bel po’ di tempo non avrebbe cambiato, si mise a pensare al caso, e da allora ci ha pensato spesso perché anche lui poi ha imparato a usare l’I Ching e se ne è servito molte volte. John Cage credeva nel caso, perché il caso ti mette in contatto con l’ignoto e quindi, anche se non sei proprio un credente, ti fa sentire vicino alle decisioni che potrebbe prendere Dio; però, se la storia dell’impiegata simpatica era vera, Cage non si era affidato solo al caso quando aveva partecipato a «Lascia o raddoppia», ma anche ai suoi amici che gli avevano passato le risposte. Ma in fondo anche il protagonista di questa storia aveva un po’ aiutato il caso: forse la sua domanda era stata accettata così in fretta perché le persone che conosceva alla Rai l’avevano davvero messa in cima alle altre. E poi aveva anche telefonato a suo padre per farsi metter su il pezzo di Beethoven suonato dal bambino prodigio per essere sicuro che fosse proprio quello. In quei giorni, nell’autunno del 1979, John Cage era in Germania a prendere un Premio importante per la sua opera Roaratorio, in cui la successione dei frammenti era stata tutta decisa dal caso, buttando le monete e controllando il risultato sul libro dell’I Ching. La procedura riguardava solo il compositore perché l’ascoltatore non se ne accorgeva affatto. Si potevano mettere insieme i frammenti in tutt’altro modo e nessuno avrebbe avuto niente da ridire. Se il mondo è governato dal caso non fa nessuna differenza se si fanno le cose a caso o secondo un ordine. Il risultato è sempre un caso. Ma se il risultato è proprio sempre un caso, vuoi dire che il caso deve essere un caso. E allora come fa a essere un caso? Vuoi dire che non è un caso, è un ordine. Insomma, pensava il protagonista di questa storia tornando a casa quella sera dagli studi Rai della Fiera di Milano, e certe volte ci pensa ancora adesso, non è un caso che il mondo sia governato dal caso, ma bisogna essere furbi, proprio molto furbi, oppure ingenui, proprio molto ingenui, per capire una cosa così complicata e farla tornare a proprio vantaggio.
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