Riga n. 16
Vladimir Nabokov
Alberto Arbasino
Vladimir Nabokov

L'autore di Lolita è un anziano signore d'aspetto delizioso, grigio e ben vestito di grigio, somigliante in viso a un Palazzeschi riposato e altero. Ha una moglie che non lo lascia mai e pare efficientissima, tut-ta perfetta – carnagione freschissima, capelli bianchi ben pettinati, bella figura, belle perle, bell'abito nero, bella stola di visone – e sediamo in una bella saletta del Grand Hotel di Roma.
E la prima volta che vengono insieme in Italia; ma praticamente si tratta per tutt'e due del primo vero viaggio qui. Sono stati, sì, a Milano, per pochi giorni, tutt'e due: però tanti anni fa, da bambini; e al-lora naturalmente non si conoscevano ancora. In seguito non hanno più avuto motivi per passarci, se non una breve gita in macchina di lui a Ventimiglia, dalla Costa Azzurra, poco prima della guerra.
Queste scoperte italiane vogliono assaporarle con calma, quindi: il soggiorno durerà a lungo. Lasciano Roma presto, perché fa brutto tempo, e hanno freddo. Ma hanno già deciso di stabilirsi nei dintorni di Napoli, e risalire verso la Toscana quando il tempo sarà più bello.
«Voi trovate tutti che il vostro paese si sta involgarendo... sento dire», osserva Nabokov. «Ma uno straniero, arrivando per la prima volta, vede soprattutto le cose eterne, le più semplici: e queste basta-no a convincermi che l'Italia pare il posto più elegante di tutti... Piove, fa brutto tempo: non importa. Noi siamo già incantati».
Si fa presto a trascinarlo a parlare del libro. Se ne stanno dando i giudizi più incredibili, e in tutto il mondo lettori e critici lo vedono in maniere assolutamente diverse: comico, da morir dal ridere, op-pure sinistro, dannato, diabolico; poema altissimo sulla nozione stessa d'Amore, oppure torbida guida agli Stati Uniti d'oggi; allegoria della vecchia Europa che corrompe la giovane America, o metafora della giovane America che spinge la vecchia Europa alla perdizione; orrida pornografia, bassa carnali-tà, oppure sofisticatissimo entertainment su modi e temi d'innumerevoli autori illustri, da Balzac a Freud, da Aristofane a Proust, a Dickens, a Turgenev...
Nessuna meraviglia se i primi contenutisti leggendo senza sapere perdessero un po' la testa, trovando-ci dentro tutto: i rapidi tormenti del signore maturo e della ragazzina innocente-perversa; la scorri-banda attraverso paesaggi straordinari e sconcertanti; gli episodi più tragici, sempre mescolati al grot-tesco più sconveniente; e soprattutto, due protagonisti indimenticabili: un grosso cervello ossessiona-to da una sola mania fissa, e una figurina vivissima che gioca a tennis e mangia gelati e salta sui letti, ma che cosa pensa, nessuno lo sa; e un elegantissimo giuoco sulle parole e sulle frasi, elaborate e un po' turgide... Anche i recensori inglesi vengono fuori con i giudizi più disparati, all'uscita del romanzo a Londra, proprio in questi giorni.
Nabokov sta confrontando questi articoli appena ritagliati. Uno dice che Lolita è morale, un altro che è molto osceno. Altri, che è un capolavoro di stile immaginifico, null'altro che una satira degli orrori della vita moderna, un sermone edificante sul pericolo di trattare gli esseri umani come oggetti, un resoconto clinico, una visione lirica. Rebecca West non lo ama affatto, lo trova tristissimo e depri-mente, eppure lo paragona al brano soppresso dei Demoni su Stavrogin e la bambina... Domandiamo a lui cosa ne pensa.
«Saprete bene qual è la mia opinione», fa: «per me, il vero senso del libro è che si tratti di un affare amoroso tra l'autore e la lingua inglese. Mi premeva soprattutto di piegare il linguaggio alle esigenze più incredibili, raggiungere effetti di una sofisticazione inaudita, da illusionista, nonostante che sia stata una vera tragedia l'aver dovuto abbandonare la mia lingua nativa, il russo, così più ricco, docile, magico, in tutto. Naturalmente le interpretazioni possibili di Lolita sono moltissime; ma io sono d'ac-cordo con tutte. In fondo, la diversità delle reazioni è il miglior complimento che si possa fare a un autore. Più sono, meglio è.
Ho avuto anche delle manifestazioni di antipatia, naturalmente; ma sono stato abbastanza fortunato, perché di solito venivano da scrittori che non mi interessano affatto. Quindi la disistima è reciproca, e tutto va bene. Ci sono poi stati anche casi di persone, come il più grande scrittore inglese vivente, E.M. Forster, che non amano il libro, ma lo difendono con decisione da tutte le accuse che sono state fatte. E si è visto anche il contrario: gente che ha adorato il libro, anche troppo, lo so, lo so; ma par-landone o scrivendone lo condannano, fanno gli scandalizzati...
Riesce più interessante, da un certo punto di vista, dare un'occhiata a quello che diventa il "lolitismo" nelle manipolazioni dei giornali popolari, nei fumetti, nelle rivistine che di solito si occupano tutt'al più delle attrici. Vengono fuori delle cose pazzesche, che col libro non hanno più nessun rapporto. Però il fatto più sorprendente di tutti mi pare l'interesse di tanta gente incolta, semplice, priva di edu-cazione letteraria, che non ha l'abitudine di leggere molti libri: eppure passano attraverso l'ostacolo di uno stile così complicato, arrivano al cuore della faccenda, e capiscono subito tutto...».
«Riceviamo moltissime lettere di questo tipo di lettori», dice la signora Nabokov, «e non finiscono di stupirci. Pensate, ne arrivano parecchie che cominciano così: "sono una massaia di paese, sono fuori tutti, la bambina è a scuola, e così approfitto di questo momento di tempo libero per scriverle, e dirle che il suo libro mi è piaciuto tanto...". Di queste, qualcuna tiene per l'uomo, e parecchie per la ragaz-zina. Le cameriere del nostro albergo, a Parigi, l'avevano letto tutte, e l'avevano trovato una storia commoventissima. Non volevano ammettere che fosse anche un po' da ridere».
Nabokov manda giù un sorsino di whisky, e aggiunge: «Naturalmente, molti lettori più smaliziati so-stengono che il libro non vale tanto per la rappresentazione di un caso umano, ma piuttosto come un reportage un po' visionario dell'America d'oggi vista con gli occhi di un vecchio europeo abbastanza fradicio di cultura. Secondo me, invece, Lolita non va preso come un documentario sugli Stati Uniti, come sarebbe assurdo del resto fidarsi di Gogol come reporter della Russia del suo tempo, o di Dante come reporter della società medioevale. Lo sguardo di un artista è sempre un fenomeno più comples-so, violentemente soggettivo: e la realtà, in fondo, l'ho sempre guardata in questo modo. Da bambino, sembra che avessi delle notevoli doti artistiche, e anzi, avevo cominciato a dipingere. Il mio insegnan-te di pittura, come prima cosa, mi ha detto: "adesso siediti, e disegnami una cassetta delle lettere". Na-turalmente, avevo sempre visto cassette delle lettere, ogni giorno. Ma al momento di disegnarne una, di rappresentarla, mi sono accorto che non ci riuscivo: non la vedevo più. Sono uscito, e la prima che ho visto mi sembrava tutta diversa da come la ricordavo. La vedevo, cioè, con occhi diversi. E con Lo-lita capitava lo stesso: gli occhi girano intorno alla realtà, e praticamente sono loro che le danno for-ma.
A Roma, per esempio, le cose che mi si sono presentate immediatamente più vivide sono le vecchine che danno da mangiare ai gatti per la strada. I miei amici italiani si stupiscono quando lo dico: loro sono tanto abituati a quello spettacolo, che non le vedono neanche più. Ma certi aspetti insoliti, me-no familiari, non cessa-no d'impressionarmi profondamente, ogni volta: mi ha colpito molto, per e-sempio, vedere i sacrestani dell'Ara Coeli sbattere i tappeti della chiesa sulla scalinata, da-vanti a un mondo di macchine che passavano e di vigili che facevano contravvenzioni: una combinazione di sto-ria, di mito, e di realtà moderna, che quasi mi commuove ogni volta... Anche l'America, tutto somma-to, con i miei orchi europei, devo averla vista così...».
Riparliamo subito di Lolita. «Io lo giudico un libro molto più tragico che comico», dice: «che cosa è, infatti, se non la storia di una bambina triste in un mondo tristissimo?». «Ma se invece di essere narra-to dall'uomo, fosse scritto da Lolita stessa», interrompe la signora Nabokov, «sarebbe altrettanto tri-ste?». Nabokov riprende: «A tanta gente il mio protagonista fa pietà. A me, niente. Dopo tutto, ha a-vuto quello che voleva, e lo sconta amaramente. Se si ragiona così, basandosi sulla pietà, si fa come quelle stupide che compiangono i poveri vincitori dei quiz truccati alla televisione americana: ma co-me si fa a commiserarli, con tutti i soldi che hanno Vinto? Paghino...».
Fa piacere, o no, scrivere un libro simile? Non si soffre un po', per caso? «No», dice lui, «soffrire, pro-prio no. Fatica sì, tanta, per raccogliere tanto materiale, tante informazioni, su argomenti che dopo tutto non si conoscono troppo: leggersi libri di medicina, carte topografiche, sentenze di tribunali di minorenni... Ho fatto un lavoro di schedatura tremendo, né più né meno che come quando si fanno dei lavori accademici (dopo tutto, il mio genere di lavoro è sempre molto professorale...). Però e stato un libro molto difficile da scrivere, per quanto divertente: moltissime pagine le ho dovute eliminare o rifare. Io volevo soprattutto che la parte ossessiva, un po' ipnotica, si mescolasse strettamente alla par-te che è puro scherzo: così ci si diverte al giuoco, ma nello stesso tempo si rimane turbati, trovandosi coinvolti in una situazione angosciosa...».
Non prevede che adesso gli correranno dietro tutti a domandargli che cosa pensa delle ragazze italia-ne? «Che generalizzazioni volgari!» dice: «sarei pronto a rispondere che detesto parlare così a vanvera: non è la prima volta, capirete, che mi vengo-no a fare domande simili...». «E vero, è vero», conferma la signora, «da un paio d'anni non ci vengono a chiedere altro, vero caro?». «Certo, cara», fa lui, «e poi, dimmi, ne conosci tu di ragazze italiane?». «Non mi pare», fa lei; «di ragazzi italiani, o figli di italiani, sì, in America ne conoscevamo qualcuno; ma di ragazze italiane no: forse in America non ci vengo-no...».
E quelle che vede in strada? Asciutte come la Bardot, tale quale come nel resto del mondo; ma è una moda che fra tre mesi sarà finita. Ai miei tempi, invece, tutte come Greta Garbo (il mio ideale è anco-ra quello...). Devo dire, però, aggiunge, «che le donne italiane sembrano molto più originali delle al-tre, nella vita di ogni giorno: molto più libere da atteggiamenti fatti in serie... hanno gesti meraviglio-si... questo è il vero amore "artistico" per la vita... anche la cameriera che porta le salviette ha dei gesti meravigliosi...». «Si vede che sarà una cameriera artista», ribatte la signora Nabokov.
E adesso? «Scriverò l'avventura del romanzo Lolita nei diversi paesi; e me ne viene fuori una storia abbastanza divertente per il "NewYorker". Poi sto pensando a un nuovo libro, che sarà completamen-te diverso. Lolita si fa una volta sola... Tutti si metteranno a fare i paragoni... Pazienza: me lo aspetto già».
Ma insomma, cos'è Lolita, in realtà? «Che domande... che domande... inutili.,, Sarebbe meglio rilas-sarsi, di fronte a quel libro che è soltanto una storia, e non cercarvi un "messaggio" che non c'è... La morale del libro è il libro stesso. Volete spiegarvi la sua morale? Leggetelo!».


In Sessanta posizioni, Feltrinelli, Milano 1971.
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