Riga n. 1
Alberto Giacometti
Marco Ercolani
La combustione muta


Stampa, 15 ottobre.

Le scrivo, Monsieur Dupin, per declinare il suo gentile invito. Non sono assolutamente in grado di scrivere per l’Ephémére un articolo sulla leggerezza della materia. Anzi, potrei dire di essere il meno adatto a scriverlo... Le spiegherò.
All’inizio ero ossessionato dal bianco dei fogli. Mi accecava, il bianco. Spaventato da quella luce, la annerii con tratti forti di matita. Creai una folla di segni, di foglie, di oggetti, che talvolta erano volti e corpi, talvolta no, erano qualcosa di pullulante di ossessivo di interminabile, che si muoveva da sé, che occupava tutto il foglio, dove la matita poteva delirava e colmava, faceva emergere e distruggeva, e questo mi dava un senso di ebbrezza, mi sentivo sovrano della carta, era meraviglioso. Anche se poi il foglio, annerito di segni, restava così, fermo davanti a me, come un blocco muto, una roccia che non potevo scalfire, qualcosa di minerale o di vegetale, una pietra liscia e nera, senza aperture, che non risponde alla mia voce...
Fu nella disperazione di quel silenzio che, all’improvviso, sentii crepitare le cose. Fu un momento terribile. Ritornò il bianco. Esigente, assoluto. E quel giorno, non potei che fare un volto sottile, un profilo aguzzo. Lasciai i fogli e misi mano ad altre materie. Scolpii. Sentivo che si consumavano, nelle mie statue, incendi terribili; silenziose ma assolute le fiamme ardevano sempre, invisibili a tutti ma non a me, che ne avvertivo il fruscio, il crepitio, il fragore; percepivo i colpi secchi del legno che brucia, si spacca, cade al suolo, i piccoli urli dei bambini, gli urli disperati degli adulti.
Fu allora che cominciai a dare al bronzo — alla materia dei monumenti — l’apparenza che ora vi sconvolge: questa esistenza atroce, da oggetto bruciato, che persiste nel suolo e nella terra dove è andato in fiamme, che non rinuncia a denunciare l’incendio che lo ha scorticato fino all’osso e che continua a scorticarlo, eternamente presente.
Ecco, io sono testimone di questo fuoco che distingue e che elegge. Non c’è, più, in me, un’acqua che salvi, un’aria dove essere in volo ma figure che esigono di mostrarsi; figure, sempre, con un corpo attaccato alla terra, pesante e sottile, che non può non esibire il suo dolore, che non si cancella mai e resta — sepolcro, testimonianza, emblema di un’arte che non immagina nulla dietro di sé.
Pochi hanno visto nella mia opera questa struttura colossale, scuoiata dalla sofferenza. Io ho fissato il fuoco, per sempre. Altri hanno fatto lo stesso per l’aria o per l’acqua. Non a caso, ho vissuto in una tana, attaccatissimo alla terra. E qui, in questa tana, sento voci che mi sconvolgono — voci che mi parlano d’altro, di rapporti con la musica e il timbro delle cose, di suoni morbidi e freschi, estranei alla mia lingua di pietra, al mio fuoco di bronzo.
Ma io resto qui. Ormai non posso rinunciare alle forme dove mi sono scorticato vivo. Non conosco altri mondi che il mio. Sono un povero contadino.
Perciò devo ripetervi di no, Dupin: non mi chiedete quell’articolo sulla leggerezza e sugli spazi, sui segreti dell’aria. Non potrei scriverlo. Forse — e non è follia la mia affermazione — lo potrebbe Brancusi, Ubac, Valmont. Certo, non io.
Io potrei parlarvi — se il tempo me lo consentirà — del fuoco che brucia i campi e non permette al seme di nascere.

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