Riga n. 4
Georges Perec
Luigi Grazioli
Una foto inedita di Perec

Gli ultimi mesi del ‘74 li ho vissuti a Parigi. C’ero andato per completare la mia tesi su un filosofo che allora insegnava all’Ecole Normale Supérieure. Abitavo in un alberghetto di Rue de la Tombe Issoire, nei pressi della Città Universitaria dove avevo tentato inutilmente di sistemarmi, con la speranza che si liberasse un posto. Era la prima volta che andavo a Parigi e non conoscevo nessuno, non mi ero procurato nessun attestato dalla mia Università né mi ero premunito in alcun modo: avevo solo l’indirizzo dell’amica di un conoscente che tuttavia non avevo cercato per paura di disturbare.
Ero solo, ma non mi pesava. Già essere a Parigi mi sembrava un sogno e in più ero riuscito a procurarmi una tessera per trenta ingressi alla Biblioteca Nazionale, un sogno nel sogno per me. Non sentivo il bisogno di niente e nessuno. Passavo le mie giornate nella sala periodici della Nazionale o alla Biblioteca dell’Arsenale, per non consumare troppo in fretta la tessera e perché mi piaceva-no l’ambiente, i tavoli e le sedie, anche se meno dell’anfiteatro della sala periodi-ci, nel quale tuttavia, prima di riuscire a concentrarmi e lavorare, dissipavo troppo tempo, o così mi sembrava, in fantasticherie improduttive.
Il mio piano giornaliero prevedeva un minimo di dieci ore tra studio e letture di contorno; il resto del tempo, poco come è facile immaginare, lo occupavo a visitare i musei e la città o alla Cineteca, dove c’erano sempre bei film a basso prezzo. Ricordo che ho avuto la fortuna di incappare in una rassegna completa su Buster Keaton e che una volta ho persino saltato il seminario in cui mi ero intrufolato all’Ecole Normale pur di non mancare un film mai visto prima. Ricordo di non essermi sentito in colpa: più che una bravata mi era parso un atto dovuto.
Ho così passato un mese senza quasi scambiar parola con nessuno, se non per ordinare al bar o in negozio. Ero solo e non mi pesava: c’erano i libri, i musei, il cinema, e c’era soprattutto la città che ispezionavo senza metodo, a seconda dell’estro, tralasciando interi quartieri e ritornando più volte in altri, anche senza motivo, o solo perché in certe strade o piazze era più bello camminare e alzare gli occhi verso il cielo. Così mi è apparsa subito Parigi: una città dove il cielo è presente e ti chiama, dove hai spesso voglia di alzare gli occhi e ogni volta sei esaudito.
Di solito tenevo in cartella una macchina fotografica con la quale fissavo, senza intenzioni artistiche, i particolari o i luoghi che mi attraevano per qualche motivo che però subito dimenticavo. Forse pensavo di utilizzare le foto per scrivere qualcosa in futuro, magari un romanzo, ma ogni volta che mi sono capitate tra le mani in seguito, le ragioni che non mi mancano mai per denigrarmi hanno segnato un nuovo punto sul mio personale cretinometro. E sì che di ogni scatto segnavo su un quadernetto data, ora e luogo ed altre eventuali notizie, che poi ho trascritto sul retro di ogni foto, ma nemmeno queste sono mai bastate a ravvivarle o a corroborare di qualche ricordo la loro banalità.
Le ho riprese qualche giorno fa dopo aver letto alcune descrizioni di Georges Perec di luoghi parigini che io stesso avevo fotografato proprio nello stesso periodo. Chissà, senza saperlo forse avevo fotografato anche Perec, che allora mi era del tutto ignoto; nel qual caso è probabile che io stesso compaia in qualcuna delle sue descrizioni. Verificherò.
Ed ecco infatti la foto di una piazza con in primo piano la terrasse vetrata di un caffè con alcuni avventori ai tavolini, tra i quali uno che scrive: un uomo con la capigliatura e la barbetta molto folte, sembrerebbe. Sembrerebbe proprio Perec, ma non mi viene in mente niente. Non c’è da stupirsi: quando penso a me, di solito non mi viene in mente niente. Meglio così del resto. Non provo nessun piacere a ricordare, né nostalgia per i ricordi che non ho. Non ne ho bisogno, come lo stolido che poggia su un terreno sicuro, che sa, o crede di sapere, chi è e dove è, oppure che non lo sa e nemmeno si cura di saperlo. Quando ricordo qualcosa non sento niente di particolare. Tempo perso. Dimenticare è di molto preferibile, apre spazi a ciò che c’è e che viene, stura la testa. Non mi sento mai così bene come quando sono vuoto.
Guardo meglio la foto. Dietro c’è scritto: Place Saint-Sulpice, 18 ottobre 1974, ore 14,30, tempo nuvoloso, Fontana dei Quattro Vescovi (o Oratori), sudamericani, Quiroga (o Figueroa). È una giornata grigia, eppure la luce della foto è decente, i vari particolari abbastanza netti nonostante l’abbia fatta ingrandire. Un caso.
I sudamericani dovrebbero essere il gruppo che sta discutendo animatamente presso la fontana, sulla sinistra. Sono tutti rivolti verso un uomo sulla quarantina, di media statura, capelli neri ondulati, zigomi forti, bocca sottile, che interpellano con insistenza. «E tu, Quiroga, che ne pensi?» «Hai visto o non hai visto, Quiroga?» O si chiamava Figueroa? Sì, Figueroa, credo. «Perché non dici niente, Figueroa?» Ma lui, Figueroa, o Quiroga, li guarda tutti, uno per uno, a sua volta con uno sguardo interrogativo, e tace, non si capisce se con aria smarrita o intelligente. Sembrano sempre così intelligenti quelli che tacciono.
Forse però, a pensarci bene, non faceva nemmeno parte del gruppo questo Figueroa, o Quiroga che fosse; forse non era nemmeno un sudamericano, ma un semplice passante interpellato lì per lì, e quindi è improbabile che si chiamasse Figueroa o Quiroga. Sta di fatto che non rispondeva. Fosse stata scattata qualche istante dopo, probabilmente non sarebbe comparso nella foto: ha infatti le gam-be divaricate di chi sta per partire; il gruppo sì invece, perché alcuni stanno appoggiati, in sosta, alla grande fontana al centro della piazza e altri la guardano come cercando anche un solo motivo per ammirarla, tanto più che al momento è completamente asciutta, mentre il grosso si attarda nella discussione con la tipica gestualità dei sudamericani, varia e plateale come in certe Deposizioni padane.
Nella piazza, attorno alla fontana e in sosta presso i marciapiedi, si scorgono un autobus, un taxi e sette automobili, cinque di marca francese, una tedesca e una giapponese, tre di colore bianco, due rosso, una blu e una verde mela (una due cavalli, piuttosto malandata, come prevedibile).
La grande chiesa di Saint-Sulpice non compare e poco si distingue anche dei palazzi ottocenteschi che fiancheggiano la piazza: un portone e qualche finestra che sbucano tra gli spazi non coperti dalle macchine, dalla fontana, dagli alberi (robinie? Improbabile, anche se mi piacerebbe, non tanto perché le ami, quanto per l’aria di casa che avrei respirato guardandole) e dalle persone. Di queste ulti-me, oltre al gruppo dei sudamericani, si intravedono due signore dal soprabito beige che passeggiano conversando, un uomo che sta entrando in un bar e un altro, anziano, che porta a passeggio un cane fulvo di taglia media e razza incerta che tende il guinzaglio quasi stia correndo, ma trattenuto dal braccio sinistro del padrone che ha il destro piegato verso la bocca, nel gesto del fumatore. Ma la foto, pur ingrandita, non permette di vedere né la sigaretta né la nuvoletta del fumo. Son sicuro che ha preso la scusa della passeggiata del cane per uscire a fu-mare in pace evitando le solite, infallibili tirate della moglie su cancro e cattivi odori emicraniofori. Il guinzaglio sostituisce la corda con la quale avrebbe voluto strozzarla.
Il lato destro della foto è occupato appunto dalla vetrata della terrasse di un caffè, dietro la quale si possono individuare alcuni avventori seduti ai tavolini e più in particolare l’uomo che scrive, il presunto Perec. È la parte più interessante della foto, non solo per colui che la nobilita con la sua presenza, ma anche perché, essendone quasi certamente la vera anche se inconfessata ragione, è rive-latrice di alcuni tratti poco edificanti del fotografo. Questi infatti non ha avuto il coraggio di fotografare direttamente le persone (la persona) sedute all’interno del caffè e ha finto di essere attratto dalla piazza, o meglio: dalla fontana e dal gruppo dei sudamericani, tanto da nominare soltanto essi nel suo quaderno qua-si a voler convincere anche se stesso, lasciando ai margini, come per un errore tecnico, ciò che veramente gli interessava. Il fotografo si rivela dunque come un individuo pudico sì all’apparenza, ma per malafede, un essere obliquo e pusillanime, propenso alla menzogna e che tenta invano di metamorfosare la difesa in autocelebrazione: il classico egocentrico che si serve degli altri quanto più mostra di disinteressarsene, ma stupido nella misura in cui è certo che gli altri non se ne accorgano; un megalomane in minore, del tutto sprovvisto di forza e potere propri e che tuttavia non intende rinunciare alla parte che gli sarebbe dovuta e che quindi arraffa quel che può, anche di nascosto... No, no, è tutto falso, io non sono così... Io sono buono e gentile... Sono un ingenuo io, uno che si lascia manovrare a cuor leggero perché così sono tutti più contenti, chiedetelo in giro.
Dietro la vetrata si vedono quattro tavolini, uno libero e tre occupati. Ai lati di quello libero ci sono due sedie thonet; sul piano di formica contornato da un cerchio di metallo, una zuccheriera a beccuccio e un portacenere. Ai due tavolini in primo piano sono accomodati rispettivamente un giovane occhialuto e cappelluto che legge fumando una sigaretta e una coppietta, lui che con entrambe le mani tiene la sinistra di lei cercando il suo sguardo, lei che piega la testa alla propria destra verso l’altra mano che fruga nella borsetta.
E poi c’è, seduto a un tavolino in secondo piano e rivolto verso la piazza, ma di tre quarti nella foto, quest’uomo dalla barbetta a trapezio e dai capelli folti che si allargano sulle tempie come in due ali lanose, intento a scrivere su un quaderno tascabile: il tipico artistoide che scrive in pubblico incurante della gente che passa, di cui, a Parigi, è dotato ogni caffè degno di questo nome. Lo comprano con l’arredamento, a forfait. Nei casi più fortunati sono delle belle ragazze che comunicano per lettera o annotano su un’agenda, a mo’ di diario, le strabilianti esperienze che questa città fascinosa dispensa prodigale ad ogni animo sensibile (e quale animo non lo è?), e allora ci si ferma volentieri ad ammirare l’exploit creativo: a volte ci si mostra tanto interessati da chiedere approfondimenti, ma in genere si viene respinti, sia pure con cortese fermezza, come dei pappagalli importuni. Un rischio che si corre volentieri, tuttavia, per amore dell’arte.
Lo scrivente in oggetto, con la sua bizzarra architettura cheratinosa e l’abbigliamento volutamente trasandato, incarna perfettamente l’idea che dell’intellettuale può avere il barista parigino medio: se ne deduce che sarà persino stipendiato. Di sicuro mi sarò fermato a contemplarlo con la supponenza intenerita di chi invece sa cosa fanno e come e dove lavorano i veri intellettuali (alla Nazionale per esempio). Da principio avrò finto di manco vederlo, nell’atteggiamento sospeso di chi scruta in un bar per misurarne l’ambiente e il servizio prima d decidersi ad entrare: nell’occhiata panoramica gli avrò riservato la stessa attenzione e lo stesso tempo, forse con una sosta impercettibile in più, che al mobilio salvo poi ritornarvi, come per effetto di una sorpresa ritardata, attento a voltarmi immediatamente verso la piazza al suo primo accenno di curiosità o fastidio. Poi avrò deciso di scattargli una foto senza farmi notare, e per questo mi sarò allontanato di qualche metro alle sue spalle nella via d’angolo, lungo la curva che anche la vetrata compie, fingendo di cercare la migliore prospettiva per inquadrare la fontana e i sudamericani, e avrò scattato, impaziente per il passaggio di un paio di autobus e con una crescente agitazione che Perec non avrà potuto fare a meno di notare, la foto che sto narrando. Infine avrò deciso di attraversare la piazza ma, giunto davanti all’ingresso del caffè, mi sarò arrestato come per un’ispirazione, o una necessità, improvvisa, ma di fatto per dimostrare l’infondatezza degli eventuali sospetti del mio osservatore osservato, e, mi conosco bene, spinto da una forza leggera quanto irresistibile, e dandomi dell’imbecille mentre provavo a convincermi di agire per libera scelta, avrò di sicuro cercato di entrare nel bar tirando la porta invece di spingerla.
Nel bar mi sarò seduto lontano dal tavolino dell’artistoide, in una posizione un po’ defilata dietro di lui dalla quale poterlo spiare con agio, magari a qualche specchio, e, ordinato un caffè, avrò preso il mio quadernetto per annotare i dati della foto appena scattata. Eseguito il compitino, mi avrà preso il desiderio di scarabocchiare qualcosa per il semplice fatto di avere la stilo in mano e, senza accorgermene, avrò cominciato ad enumerare tutte le altre cose e persone visibili nella piazza. Avrò scritto: un uomo col cappotto blu, un autobus, il 96, piccioni che vanno e vengono, un poliziotto immobile che legge qualcosa, altre persone che leggono camminando, due suore che scendono da una Peugeot blu che subito riparte, un uomo che cammina col naso in aria, un giovane che disegna sul marciapiede una specie di V, un prete in clergyman, un taxi da cui scende un altro prete, un giapponese che fotografa l’interno del bar (forse proprio lo scritto-re, forse me), un altro autobus con dei bambini che guardano fuori dai finestrini, un camion blu, una signora elegante con una borsa di plastica...
Nel frattempo avrà cominciato a cadere la pioggia, i vetri si saranno appanna-ti e io avrò visto con chiarezza ormai soltanto la vetrata, la gente nel bar e nient’altro. Le persone e le cose enumerate sul quaderno si saranno trasformate in sagome confuse senza relazione le une con le altre e io stesso avrò cominciato a percepire la distanza che mi separava da loro, da loro come dagli avventori del bar, nessuno escluso, e allora mi sarò alzato e sarò andato verso l’uscita, deciso a recarmi nella libreria del fidanzato dell’amica del conoscente, in Rue Cujas, do-ve avrei aspettato finché lei non fosse comparsa e mi sarei presentato per quello che ero.
Sul marciapiede mi sarò fermato un’ultima volta davanti all’uomo che non avrà smesso di guardare fuori e di scrivere per tutto il tempo fumando varie sigarette tenute tra il medio e l’anulare; per un istante ci saremo fissati, io ignorando che sarei entrato in un suo testo, lui sapendo che sarebbe entrato in una mia foto, nella foto di qualcuno che quasi certamente non avrebbe mai saputo chi lui fosse. Pensando ad altre foto in cui compariva e che aveva descritto, si sarà compiaciuto che ce ne sarebbe stata in giro una della quale non avrebbe mai potuto dare una descrizione, una che lui non avrebbe mai visto e nella quale nessuno lo avrebbe mai riconosciuto; certo non avrà nemmeno sospettato che invece un giorno anche di questa foto sarebbe stata fatta una descrizione e che anche lui sarebbe entrato in un testo, il mio testo, il testo di uno che era appena entrato, o stava per entrare nel suo e che si sarebbe ricordato di ciò che lui avrebbe invece dimenticato per sempre. O forse avrà immaginato anche questo esito improbabile e mi avrà sorriso; poi, alla mia timida risposta, si sarà alzato e, avvicinatosi al vetro appannato, ancora sorridendomi avrà tracciato su di esso due grandi linee formando, da molto tempo prevedibile nella sua stessa ironia, la lettera X.
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