Riga n. 6
Antonio Delfini
Renzo Franzini
Modena

La natura acquatica della pianura, oltre che impregnare i corpi possiede la qualità di evaporare: l'evaporazione nutre i miraggi, è come se, non soltanto le acque, ma anche i corpi si spiritualizzassero andando a collocarsi nella zona alta, simmetricamente ai propri residui terrestri: segni d'acqua in un bicchiere colmo esposto alla calura estiva.
Tracce di una presenza volata altrove.
Tale trasparente, incerta specularità, non corroborabile nell’evidenza, rende pressoché noiosa la percezione del paesaggio soggetto com'è a continui cambiamenti di stato, a metamorfosi rapide e segnali che mettono a dura prova la memoria.
Si considera allora che tentativi di urbanizzare il paesaggio corrispondono a operazioni di tenacia che lotta sottrazione.
La stagione totale emanava un fiotto compatto di giallo spento sulle messi, un verde opaco nelle erbe cresciute nei fossi e solo nero come la schiena di un animale luccicava un canale stracolmo.
Ancora la stagione totale colava nel vicolo, oltre la morbida flessione delle facciate, le persiane accostate o certe finestre spalancate su parole di uomini e donne, rumori di stoviglie o d’altro.
Nel ristagno la città si tingeva d'una tonalità chiara: un arabo sostava all’angolo di un bar, sorridendo col profilo adunco al pergolato che sporgeva da un ampio terrazzo in Castel Maraldo, l’asfalto irregolare caldo e molle.
S’apriva stretto sotto i portici un negozio indaffarato d'immobilità, vi si ammassavano strumenti musicali, fiati, ottoni, un luccichio spento di chiavi e tastiere, specchi anche, anche fotografie di uomini che suonavano. Nel disordine si muoveva di spalle un vecchio calvo col camice grigio: c’era un tavolo e una disgregazione di parti, pareva che il vecchio smontasse ingegni e meccaniche, conduttore piuttosto che controllore e svestisse le anime degli oggetti.
Più tardi, non molto, la saracinesca ha abbassato il silenzio profondo come se niente mai fosse esistito.
Persone di colore avevano negli occhi un umore di viaggio: le prospettive spazi ingannevoli, quinte assemblate alla rinfusa, miscugli di vecchio e di nuovo coi palazzi cresciuti e recenti, squadrati e i rosoni preziosi di secoli con odori di orina e rifiuti: forse Vienna o Praga o un’Italia totale e la città sorgesse in un vuoto azzurrino.
La musica incerta di un violino sgorgava dallo spazio tra due pareti cieche.
Da piazza San Domenico si vedevano le torri grigie del Palazzo: spuntavano dai tetti di un’infilata di case.
Si udì una tromba, degli ordini dopo la piazza.
Il Palazzo dell'Accademia ingabbiato, imbavagliato da pali innocenti nascosti da una ragna verde.
Intervallati, ribattuti da scarpe gli ordini continuavano secchi sul selciato. Piazza San Domenico sfociava in Piazza Roma: i cadetti sono usciti, il cubo compatto dei loro corpi si è dissolto al di là del portale, la gente continuava a sostare come in una fotografia.
Il cielo disegnava illusioni di nuvole temporalesche nell'afa rarefatta del tardo pomeriggio.
Davanti all’«Istituto Musicale Parificato Oreste Vecchi» un uomo e una donna chiacchieravano.
I nomi scivolavano tessuti sulle lapidi ad indicare la rua del Corso Canal Grande accanto a Vicolo Venezia e i riflessi bevuti dai colori spenti delle case.
I portici alti ospitavano piccioni e certi punti erano incrostati dai loro escrementi.
Sulla tangenziale, gli asfalti inghiottiti dall'oscurità, prolungamenti di un sogno, divorati dalle fauci aperte di prati profondi: i lucori metallici delle strade nere erano scoppi di raggi albuminosi e digradavano verso il regno delle grandi acque.
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