Riga n. 6
Antonio Delfini
Giorgio Messori
Dispiaceri in casa

A volte, quando vado a scuola, mi trovo ad immaginare di essere dall’altra parte, cioè di essere un allievo che osserva il suo insegnante che entra in classe, oppure lo spia dalla finestra mentre si avvicina all’edificio scolastico, sempre con gli stessi abiti (almeno così pare), la stessa cartella nera, lo stesso sguardo e una andatura un po’ meccanica, monotona e ripetitiva. E quando m’immagino a spiare la mia figura, non riesco a non trovarmi patetico, e mi pervade un sentimento che spinge lontano, in una specie di nostalgia dove rivedo il mio vecchio maestro che percorre in bicicletta il cortile ghiaioso della scuola, la cartella di cuoio grezzo agganciata al manubrio e lo sguardo fiero. Ma ricordo anche tutto quello che si sapeva o si presumeva di lui, fuori dal cortile e dalle aule. C’era chi raccontava di una moglie sempre in casa, che alcuni miei compagni avevano visto stirare nella penombra di un vecchio appartamento. Della figlia si sapeva meno, soltanto ch’era giovane e coi capelli tinti di giallo. E quei capelli ossigenati, non so perché, ce la facevano immaginare come se fosse quasi una puttana, e forse era per questo, per nascondere un dispiacere, che il maestro beveva troppo, e già alle nove di mattina tirava fuori dall’armadietto una bottiglia di punt e mes. Poi richiudeva l’armadietto e cominciava subito a infuriarsi. Ci insultava dandoci soprannomi offensivi, e perciò quello grasso era la balena; il timido e taciturno diventava una mummia, un altro era raperonzolo, seduto accanto al ghiro che per svegliarlo doveva sempre percuoterlo in testa col borsellino gonfio di monete. E da lì cominciavano botte e punizioni, e c’inveiva contro che non capivamo niente, che una classe così sarebbe andata a finir male, che non sapevamo neanche farci il fiocco sul grembiule e bastava tirare appena perché il nodo si sciogliesse subito. Non gli andava giù niente e non gli piaceva più nessuno. Ma noi a volte lo scusavamo, quando non eravamo troppo spaventati, perché sapevamo che aveva tanti dispiaceri in casa, dispiaceri che avvelenavano una vita, e lui non voleva che facessimo la fine di sua figlia, fuori tutte le sere non si sa con chi, e allora doveva avvertirci dei pericoli, educarci ad essere obbedienti e ordinati. Non ci vuol niente a rovinarsi un’esistenza.
Quando l’ho rivisto, tanti anni dopo e dopo che lui era già morto, in sogno era seduto coi capelli d’argento su una panchina di legno, e come tutti i pensionati era stanco e amareggiato, con una smorfia sulla faccia. Così l’ho invitato a bere qualcosa e siamo entrati in un bar deserto ch’era un magazzino abbandonato, c qui da un armadio ha tirato fuori una bottiglia di punt e mes, con un’etichetta che non vedevo più da anni, e con un gesto lentissimo, che non finiva mai, si è versato un bel bicchiere ed è rimasto sospeso in quel gesto, preso da stupore o incantato a pensare a chissà cosa, forse ricordando ancora tutti i dispiaceri che aveva avuto, con la moglie sciatta che stirava nel tinello, la figlia bella e bionda che andava e veniva come se fosse un albergo. Lui s’era guastato la vita ad alzare sempre il gomito, e adesso doveva continuare a farlo, visto che non c’era neanche più nessuno con cui infuriarsi. L’ultima volta ricordo d’averlo visto proprio così, imprigionato in quel gesto. Ed è per questo che mi chiedo quali potranno essere i gesti, scolpiti nella memoria di ricordi lontani, e forse quali dispiaceri mi accompagnano mentre varco la soglia della scuola? Potrò mai entrare in qualche sogno del futuro? Ma sono domande che rimangono sospese, perché ormai è ora di cominciare la lezione.
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