Riga n. 7
Witold Gombrowicz
Franco Marcoaldi
Le malattie del nostro tempo

Se resta sempre valida l'antica regoletta che segna lo spartiacque fondamentale tra scrittori veri e qualunque nell'urgenza, nella necessità di una parola capace di rischiarare un tratto dell'umana natura o del proprio tempo, Witold Gombrowicz fa decisamente parte della categoria di scrittori veri, visto che ci ha introdotto in modo magistrale a tante tra le malattie dell'uomo contemporaneo: l'immaturità, la noia, l'onanismo.
A partire da Ferdydurke (scritto nel 1937 e dunque vero antesignano dell'esistenzialismo, come amava dire, anticipando di ben sei anni L'Essere e il Nulla di Jean Paul Sartre), il polacco mette a tema uno dei tratti più tipici della nostra avventura novecentesca: la condizione dell'uomo bambino, dell'immaturo perenne costretto a rivivere «un secondo periodo dell'adolescenza» a causa dell'implosione delle gerarchie morali e mentali della società; ormai vuote convenzioni, progressivaamente attaccate dalla ribollente spinta anarchica di un «oceano oscuro di elementi immaturi e selvaggi, che preme su di noi con sempre maggior forza».
Ecco dunque che il nostro «diventa il lamento di un individuo che reclama spasmodicamente una gerarchia e una forma, e che allo stesso tempo si rende conto che qualsiasi forma lo sminuisce e lo limita». Da qui l'irresolubile conflitto tra l'anelito a una maturità artificiale e fasulla (perché fondata su consuetudini estranee al proprio intimo sentire) e il contrapposto rifugio in una immaturità perenne.
E il tema in assoluto più caro a Gombrowicz, che lo rielaborerà continuamente in tutte le sue opere successive indagandolo ogni volta da angolazioni diverse. In Pornografia, ad esempio, la domanda centrale diventa: che fine fa quel residuo infantile liquidato dalla «forma» sociale degli adulti? Cosa succede dei nostri permaanenti miti impuberi, delle passioni torbide e inconfessate legate al mondo dell'adoleescenza? Essi, ci dice lo scrittore, andranno ad alimentare un «regno secondario e compensatorio», vergognoso e compromettente, in cui le parti si rovesciano e l'Adulto si ritrova sottomesso al Giovane.
Di questo appunto racconta il romanzo «argentino», scabrosa storia di due attempati signori (Witold e Federico) che incontrano una coppia di adolescenti (Carlo ed Enrichetta) dalla fortissima carica erotica, incapace però di manifestarsi causa l'inconsapevolezza infantile dei due. Attratti dalla possibilità di riaccostarsi (tramite loro) alla trascorsa gioventù, Witold e Federico si accorgono ben presto quanto irresistibile sia questa perversa tentazione. E, in preda a un delirio mentale che lascia smarriti e increduli per primi loro stessi, cominciano a dirigere la danza.
L'obiettivo è chiaro: Carlo ed Enrichetta dovranno prima o poi gettarsi l'uno nelle braccia dell'altra.
Impotenza, lascivi a, perdizione, voyeurismo: Pornografia si muove dentro il quadrilatero di queste parole che esaltano il fascino di una età, la giovinezza, capace di attrarre - con la sua potenza selvatica e sfrontata - l'uomo adulto entrato ormai nella parabola discendente dell'esistenza. Ma non è un gioco a senso unico. Nel romanzo infatti, non è mai chiaro chi detenga il bastone del comando. Se i ragazzi, con la felicità inconsapevole e sorda dei loro corpi inebriati. O gli adulti, mossi da una intelligenza torbida e astuta, capace di violare l'innocenza altrui. Probabilmente, né gli uni né gli altri. La schiavitù è reciproca.
I riflettori però, sono puntati tutti su Witold e Federico, il cui comportamento fa tornare alla mente uno dei saggi più acuti che siano mai stati scritti su una certa psicologia maschile; quel Diario del seduttore di Séiren Kierkegaard in cui viene millimetricamente ricostruita la natura della malattia spirituale di ]ohannes, teso alla conquista di Cordelia.
Affetto da exacerbatio cerebri, la realtà per lui non contiene stimoli sufficienti. Per questo, altro non resta che un gioco mentale al rialzo permanente: laddove il vero obiettivo non è più quello di possedere la donna (il gioco finirebbe presto), ma di portarla a un punto di rnrbamento in cui smarrisca il suo equilibrio rendendosi pronta a qualunque sacrificio.
Nel romanzo di Gombrowicz la perversione mentale è esattamente la stessa. Ma se possibile, aggravata. Perché si vuole portare al sacrificio non una donna, ma una coppia. E perché è una coppia (a specchio) a condurre il gioco. In tal senso, e solo in tal senso, il romanzo è appunto «pornografico». Anche Witold e Federico sono infatti malati di exacerbatio cerebri. O, se preferite, di noia, che «ha poteri ancora più occulti della paura. Quando ti annoi, Dio solo sa cosa puoi immaginare!».
Come avevano già visto i romantici, è proprio l'evidenza del nostro mancato controllo sul corso delle cose a ingenerare quel senso di noia universale, cui ora un esasperato e ossessivo voyeurismo vorrebbe far fronte nel disperato tentativo di colmare lo scarto sempre più profondo che via via si apre tra il soggetto e il mondo, tra il soggetto e l'altro da sé.
Ciò che però Gombrowicz capisce benissimo, è che l'infinito disagio procurato da questa sensazione di stallo e impotenza non può più essere descritto con enfasi drammatica, ma solo affidandosi allo sberleffo dissacratore, dato che la vicenda dell'uomo contemporaneo rientra a pieno titolo nella sfera del ridicolo. E non più in quella del tragico.
Esemplare, proprio in tal senso, il suo capolavoro: Cosmo, un giallo sulla formazione della realtà. O meglio, per seguire le indicazioni offerte dallo stesso autore nel Diario, «un tentativo di organizzare il caos».
La trama vede due giovanotti, un tempo compagni di scuola, ritrovarsi in una località montana dove si sono recati entrambi in cerca di solitudine e concentrazione. Ma nei luoghi di villeggiarnra, e particolarmente in giornate come quelle (afose, umidicce, estenuanti), le persone finiscono per strascicarsi come fossero caramelle mou. E di nuovo, per far fronte alla noia incombente, si fanno irretire nel pericolosissimo gioco di un mondo-paravento che li spinge alla ricerca perenne di quanto sta dietro ogni singolo, minuscolo fatto.
Noia, insomma, chiama Metafisica: l'infinito sciame di segnali, suoni e forme che ci si para continuamente dinanzi, esige di essere organizzato. Di trovare un ordine, un'interpretazione sicura.
In questo caso, tutto prende spunto da una strana trafila di impiccagioni di cui Witold e Fucsio, i due protagonisti, sono testimoni (e artefici): quella di un passero, di un bastoncino, di un pollo, di un gatto, di Luigi. È evidente: si desidererebbe ricostruire una mappa minimamente sensata, una geografia plausibile di questi avvenimenti. Ma le combinazioni per una possibile spiegazione, sono davvero infiniite. Quando infatti nel turbine di cose sconnesse che li circonda, finalmente una si lega all'altra e sembra ingranare, ecco subito che subentrano altri legami. Altri accavallamenti. Imprevedibili, o addirittura osceni, come accade a Witold che da un certo punto in avanti è ossessionato dall'immagine delle bocche di due donne da cui è a pensione: quella di Caterina («viscida schifezza di distorsione sfuggente») e quella di Lena («morbida, casta fessura socchiusa»). Come controllare questa immagine, come separare queste bocche, visto che nella testa di Witold invece si sovrappongono l'una all'altra? E poi, entrambe, alla propria?
Chiunque abbia letto anche solo una pagina di Gombrowicz, conosce bene la sua straordinaria capacità di restituire il senso di frustrazione che discende da questo intasamento sensitivo di cui siamo preda; dall'incapacità di riconoscere il desiderio nel balbettio dello stato nascente delle cose, affannandosi a voler dare ordine a ciò che ordine non ha. È cosÌ che la dimensione naturale e primigenia della vita (e dunque la stessa forma del desiderio sessuale) si annebbia progressivamente mentre il delirio dell'uomo interpretante finisce invece per caricarsi di una nuova, spasmodica ossesssione: quella per il mondo degli oggetti, che fa precipitare il libro in una dimensione tanto allucinante quanto comune.
Se osservi un portacenere unicamente per utilizzarlo, scrive Gombrowicz, va tutto bene. Ma se invece lo isoli dal suo contesto e dalla sua funzione, ecco che comincia l'ossessione: «perché lo hai fatto? Aveva un qualche significato? No no (ti scusi tu), è solo un portacenere qualsiasi. Qualsiasi? E allora perché senti il bisogno di scusarti se davvero è un portacenere qualsiasi? Ecco come un fenomeno diventa un'ossessione ... Che la realtà sia, per essenza ossessiva? .. C'è nella coscienza qualcosa che la trasforma in una trappola per se stessa».
Qui, dunque, sta il nodo irrisolto. Come mai noi, nati dal caos, non possiamo mai accostar ci a qualcosa, non facciamo in tempo a dargli un'occhiata, che subito vorremmo imporre un ordine che poi ordine non è?
Facendo suo un punto di vista radicalmente soggettivistico sulla realtà, epperò considerando il soggetto che vorrebbe farlo proprio definitivamente imploso e sgangherato, Gombrowicz impugna il bisturi del più spietato dei chirurghi e lo affonda impietosamente nella piaga. Se il mondo esteriore non è che uno specchio nel quale si riflette quello interiore, come dice un personaggio di Bacacay, si tratta allora di immergersi fino in fondo nelle fantasticherie di quell'io, impazzito per presunzione, visto che non desiste dal voler imprimere sul mondo il proprio ordine metafisico.
In pagine di irresistibile quanto crudele comicità, che inchiodano il lettore davanti allo specchio delle proprie, irriferibili coazioni a ripetere, lo scrittore descrive con implacabile precisione il complesso di azioni inizialmente fatue, «capricciose come un grillo», che pian piano assumono un carattere convulso, afferrandoti nella loro tenaglia. Col risultato, che più i dettagli sono insignificanti, più diventano potenti; più sono assurdi, più diventano invadenti.
La spirale parossistica è tale che Witold, e noi con lui, si dichiara infine esausto, spossato. Non ce la fa più. Quei segni sono troppi e troppo ingarbugliati. Tutto, in questo modo, diventa ugualmente importante e irrilevante. E l'intera operazione di gerarchizzazione degli eventi finisce per sortire risultati opposti a quelli auspicati. La realtà scolora in una indistinta lontananza scandita da una ontologica pigrizia: «il nostro qui era un essere altrove; erano tutte sensazioni tarate dall'assenza».
Ed è a questo punto che emerge nel romanzo una figura che sembrava laterale e di puro contorno; quella di Leo, ex bancario «<dalla casuccia mia alla bancuccia; dalla bancuccia alla casuccia»), ora bridgista a tempo pieno. Anche lui s'è dannato una vita intera per trovare una ragione del suo stare al mondo, e non avendola trovata nel mondo se l'è costruita da sé attraverso l'invenzione di un linguaggio strampalato e surreale, che ruota rotto attorno alla magica paroletta «Berg», e a un onanismo mentale radicale, assoluto (il «meproprismo», «il sestessismo»).
La sua filosofia è semplice e tremenda (quando non hai quello che ami, allora ami quello che hai). E il suo epicureismo di base, per precisa scelta, miniaturizzato: «Quando mangia una caramella lei può scomporre l'azione in varie fasi: primum annusare, secundurn leccare, tertium ficcare in bocca, quartum giochi con la lingua, quintum risputare sulla bocca, sestum schiacciarla con l'aiuto di un dente... Come vede, bene o male, ci si può arrangiare anche senza dancing, champagne, cenette intime, scollatture fru fru, calze, mutandine, reggiseni, gonfiamenti, solletico, ih ih ih, oh, che fa, come si permette, ihihih, ahahah, ohohoh».
Si riduce dunque a questo l'esistenza? A una caramella smangiucchiata in solitudine? Gombrowicz lo teme fortemente, e ancor più teme tutte le forme di onanismo mentale mascherato; quelle ad esempio che discendono dall'autocompiacimento linguistico (i suoi possono anche essere letti come libri contro tanta inutile letteratura) e dai deliri interpretativi che ne discendono (i suoi possono anche essere letti come libri contro tanta inutile psicoanalisi).
Sì, Gombrowicz teme talmente tanto le diverse forme di onanismo, che la sua intera produzione può essere definita anche un inesausto tentativo di uscire da questa impasse mentale per raggiungere finalmente le nude cose.
Se necessario, anche riducendo tutto ciò aun urlo primitivo e inarticolato. Ma finalmente vero.
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