Riga n. 24
Saul Steinberg
Andrea Canobbio
Albero Genealogico


“Se la mia vita, o la tua, o di altri fosse tradotta
in architetture chissà che costruzioni incredibili,
mancanza di logica, spreco di materiali, equilibri
per miracolo, terreni sbagliati”

Saul Steinberg ad Aldo Buzzi, New York, 30.12.58


1.
La costruzione è l’incontro riuscito tra una stazione ferroviaria anteguerra (quando i treni erano puntuali) e un salotto piccolo borghese affollato di mobili (le poltrone con i poggiapiedi), soprammobili (l’orologio dorato nella campana di vetro) e centrini di pizzo.
E dominata dall’idea grandiosa dell’arcata di ferro, ma lo slancio delle campate è sciolto in una luce lattiginosa da officina, i vetri opachi, smerigliati. Per tutto il giorno è sera.
C’è l’idea della transitorietà e del passaggio come male necessario dei tempi, tentazione da vincere. I vagoni sono fermi, le ruote saldate ai binari. Il movimento è fastidioso, è un fastidio. Quindi, la stasi.
Lo stile è art déco. Il funzionale nascosto sotto il decorativo. Con una declinazione in più: l’austero. Il culto del lavoro, della serietà, della puntualità. Ma appunto: piuttosto che arrivare in ritardo, meglio non partire.
La città intorno: una griglia di strade cartesiane con macchie di barocco. Il passante ha negli occhi una teoria di angoli a novanta gradi che di colpo esplode in curve spezzate e piani obliqui. La ragione (la stazione è una stazione di testa) e la follia, due animali dello stesso stemma araldico.

2.
La costruzione non ha esterno. Non che sia invisibile, ma non si distingue dal paesaggio circostante. In questo è simile a una tana, un ventre materno nascosto dentro una donna.
Eppure all’interno ogni particolare è curato in modo maniacale. Gli stili si alternano, si sovrappongono, si mescolano, non c’è più stile perché tutti sono presenti. Alcuni in trompe-l’oeil, stampati su una tovaglia di plastica, su una carta adesiva per rivestire un vecchio fustino di detersivo.
Per chi riesce a entrare e sopravvivere senza soffocare, l’impressione è quella dell’uovo (nell’espressione “pieno come un uovo”). È una frase con troppi sostantivi, non c’è articolazione sintattica, non ci sono verbi. La sovrabbondanza di oggetti, d’altronde, porta a una rapida afasia.
È fragile, sospesa su palafitte, i muri si gonfiano di umidità e, forse, dietro la tappezzeria non è rimasta più traccia di mattoni, di cemento. È leggera. Stoffe ricamate, gesso, legno di ciliegio.
L’animale nello stemma è un fagiano, disegnato per i bambini su un foglio di carta spessa e grigia, pochi tratti di eccezionale espressività. Anche: il fagiano ingrassato in una gabbia di ferro zincato in cortile, e poi cucinato in umido.

3.
La costruzione è elegante, lo stile internazionale. Ha la solidità di un grande palazzo di arenaria (una banca, una compagnia di assicurazioni), ma è anche una moderna piramide, ci sono l’ingegno e la potenza simbolica dell’opera millenaria.
Sorge al centro di una fitta rete di comunicazioni, i tram le girano intorno come elettroni nell’orbita di un nucleo. Ci sono il classico e il moderno, e c’è l’idea di frontiera: sì, nel Nuovo Mondo si possono ricostruire i fasti delle antiche civiltà, e sfruttare la moderna tecnologia con libertà maggiore.
Ma il palazzo, all’apparenza granitico, si sposta. Imponente, come un grande transatlantico. Le fondamenta devono essere precarie. Sabbia, forse. L’instabilità regola la forma.
E quindi lo stile si complica. Rivela una sua leggerezza, lo spirito di un completo di lino bianco o di un paio di ghette, il fumo azzurro di una sigaretta tenuta distrattamente fra due dita tese (le piramidi sullo sfondo del pacchetto vuoto; l’ufficiale di un esercito coloniale parla con un portatore nero). È una sfida architettonica di materiali. Alla base un campo di forze magnetiche. Cavi di rame, isolatori di ceramica.
È una piramide, sì, ma rovesciata. Appoggia sulla punta, in equilibrio. Oppure no. Naviga, come un bastimento. Ma poi si arena (la sabbia, ancora una volta).

4.
La costruzione è una carrozza trainata da due cavalli bianchi, possenti e dota-ti di ricca criniera. Sul lato, improvvisando un palcoscenico per spettacoli ambulanti, si possono alzare fondali dipinti.
Il primo è la facciata di un hotel particulier stile secondo impero.
Il secondo un salone con un grande lampadario di cristallo al centro, arazzi alle pareti, specchi e piante dalle foglie lanceolate.
Il terzo raffigura la curva di un golfo rivierasco, in primo piano un albergo liberty circondato di palme e bouganvilles. Con una piccola variante quest’ultimo scenario si trasforma nella curva di un lungolago svizzero, Montreux o Ginevra.
Legni pregiati (sicomoro, teak), marmi (bianco di carrara, verde alpi), vetri lavorati (Lalique, Murano).
È pericoloso sedersi per assistere allo spettacolo. Gli ospiti sono vittime di scherzi.
Il luogo di transito non è importante. Importanti sono la carrozza e il cocchiere. Se il cocchiere cade dalla carrozza occorre sostituirlo.
Quando la carrozza perde un pezzo occorre negare il danno, ripararlo tacendo, sorridendo.

5.
La costruzione è un tunnel. Non si vede la luce. I lavori procedono con determinazione, senza speranza.
Lungo la galleria oggetti riposti in scatole e cassetti. Orologi, fotografie, santini.
L’anima di ferro, una griglia, appare da una soletta di cemento armato smangiata, difettsa.
Attrezzi abbandonati, betoniere, carriole. Pale. Cavalletti, scatole di colori a olio. Paesaggi agresti appesi alle pareti. È una galleria. “Autentico?”
Il lavoro non conosce soste.
Per tutta la vita un fiume di uomini che nuotano contro di te, controcorrente, in ritirata. Vai avanti e loro vanno indietro. Le facce controluce.
Cartelline di plastica trasparente dentro scatole di camicie dentro cassetti dentro armadi. Francobolli, monete, gemelli.
All’ingresso del tunnel, il cantiere. Nel piazzale le macchine che hanno preparato i lavori. Prima di entrare, ogni tanto, c’era un’aria di euforia.
L’atmosfera elettrica degli inizi. La soddisfazione contenuta, oppure il passo da buffone, le braccia in avanti, ciondoloni.
Poi il lavorio, il travaglio, la fatica.
Nel tunnel fa freddo. E quindi i cappotti, i giacconi, i maglioni, le stufette. La scelta era tra il caldo del deserto e il freddo della steppa.
Il tunnel è un tunnel. Non ha esterno, l’esterno è la montagna, e come un paguro il tunnel si appropria della forma altrui. Conformista. Il tunnel è un buco nella roccia, è semplice e complesso. Bisogna saperlo costruire.
Non si vede la luce.

6.
La costruzione è una sala da concerti. La platea è vuota, ad eccezione di due poltroncine, sul lato sinistro, non troppo avanti. Il palcoscenico è un giardino zen: ghiaia grigia e bianca, sassi sparsi e un pianoforte Steinway gran concerto nero con la cassa aperta. Non c’è sgabello.
Dal soffitto si staccano pezzi di intonaco, cadono sulla platea, esplodono sul parquet. Eppure le due poltroncine hanno un potere magico sugli spettatori: invece dei colpi sul pavimento, chi vi si siede sente una sonata di Mozart, una fuga di Bach, una polacca di Chopin.
Si tratta quindi di scegliere. Restare seduti ad aspettare la placca di intonaco destinata a cadere prima o poi sulle poltroncine o alzarsi e girare per la sala, andare a sfidare l’intonaco per il mondo. Meglio restare seduti, no? Ma la scelta è libera: “Fa’ come vuoi”.
Si chiacchiera, si ride, si ricordano tempi migliori o peggiori, libri letti, film visti, persone incontrate. Si scrolla la testa, increduli di aver vissuto.
Sul lato destro della sala ogni tanto si accende una luce rossa. E la chiamata urgente. Ci si alza con un sospiro, un sorriso.

7.
La costruzione è una casa unifamiliare progettata da un architetto giapponese dal nome semplice ma impronunciabile. È un parallelepipedo di cemento armato rivestito da lamine di ferro zincato, pannelli di vetro opalino da pavimento a soffitto. La casa non sfrutta tutto lo spazio a disposizione nel lotto di proprietà.
La costruzione non è mai terminata. Sul lato della strada, il lato pubblico (nel progetto è identico al retro), appare come un edificio già abitato. Dalla buca delle lettere spunta una rivista di giardinaggio, risuonano le note di Bitches Brew, e a una finestra sventolano tende bianche gonfiate dal vento. Sul retro (che nonostante le intenzioni dell’architetto risulta diverso dalla facciata) pezzi di ferro arrugginito, plastica Moplen, frantumi di ceramiche, materassi ammuffiti, vecchie vasche da bagno piene di acqua stagnante.
Si è persa la capacità di concludere. O meglio, il cantiere è infinito, come una tela disfatta la notte, ogni giorno ritessuta (ma nessuno deve tornare a casa).
“Si tratta di far passare il tempo?”
“No, al contrario, occorre invitarlo a fermarsi presso di noi”.
La disposizione interna delle stanze è funzionale, modulare, la casa gode di tutti i ritrovati più moderni per il migliore sfruttamento dello spazio. Qui si parla spesso di equilibrio locale, di disordine naturale, di caos simmetrico. La cucina è nascosta da una parete scorrevole, il bidè fa tutt’uno con la tazza del cesso, il futon scivola sotto il pavimento di quercia.
Le finestre sono piccole e rare. Sono feritoie. E che passandoci davanti il mondo ti colpisca in profondità. Sono finestre-teleobiettivi. Per la visione grandangolare si sale sul tetto: ma dal tetto si vede soltanto il cielo.
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