Riga n. 25
Giorgio Manganelli
Giorgio Manganelli
Potere

Da sempre, da nonno, da infante, brizzolato, odoroso di latte, l’italiano è avvolto nella nube di materno, fetido incenso del vilipendio. “Queste cose non si dicono”. La storia romana, che è abbastanza italiana, soprattutto per via delle lottizzazioni, comincia con l’eliminazione fisica di Remo, reo di vilipendio di mura. Col tempo e le avarie, le mura cominciarono a sventolare e si trasformarono in bandiera. Il fascismo che, con tutta la sua esibizione di virilità da bordello, era fondamentalmente domestico, instaurò questo reato con una pedagogica cattiveria da madre. E da allora questo reato non ce lo siamo più tolto di dosso: siamo riusciti ad arrivare al divorzio, ma la madre che non vuole che si dicano “certe cose” è ancora lì, con le manette e la pasta fatta in casa. Il reato di vilipendio nasce dalla convinzione, del tutto ragionevole e fondata, che l’italiano, lasciato a se stesso, si abbandonerebbe ad un vilipendio virulento, sconcio, iterativo e generalizzato; l’istituzione di codesto reato dovrebbe agire come i provvedimenti che nei paesi nordici si adottano per arginare l’alcoolismo. La prigione per vilipendio ha le sue radici in una sorta di feroce tassazione del turpiloquio, e da solo questo reato dimostra come la musa della società italiana, dell’establishment, della classe dirigente sia la purulenta, incarognita, inciprignita cattiva coscienza. Chiaramente consapevoli di essere detestati da una parte non indifferente di cittadini, oscuramente sospettosi di essere ritenuti spregevoli ed infimi nella pratica quotidiana o nella dimensione della storia, tacitamente persuasi che il suddito avrebbe molti e validi motivi per vilipendere, e che anzi lo desidera e pregusta, gli uomini dello Stato si proteggono dietro ad una corazza di divieti che, ovviamente, non possono che renderli ancora più detestabili. È pacifico che il reato di vilipendio rende degno di vilipendio colui che se ne serve.
Forti del fatto che non esiste il reato di vilipendio del cittadino, i potenti cui sarà probabilmente legato il regno dei Cieli, ma che quaggiù, propriamente parlando, sgavazzano, infieriscono, provocano, danno le spinte, mostrano i denti, e ghignano: “Sta’ buono, povero caro, altrimenti, se non hai fatto altro, il reato di vilipendio ce l’hai comunque”. Il suddito italiano non può esprimere se non rispetto e devozione nei confronti del Tricolore; del quale, il meno che si possa dire è che ha avuto un passato lievemente ambiguo, e basta vederlo su un manifesto per provare un vago disagio, come incontrare in Mercedes la mamma che da ragazza ha fatto la vita, e magari mi ha concepito in periferia, da uno o altro militare di passaggio, chissà quale, uno comunque che, vilipendio consentendo, ha perduto la guerra. Infatti neanche mamma esercito puoi insultare: più esattamente, ogni tentativo di dar osservazioni anche moderatamente eccitate rientrano nel verbo “infangare”, che pare specifico dell’esercito, così che, anche a provarcisi, è praticamente impossibile infangare qualsiasi altra cosa. Tutto considerato, che l’esercito italiano abbia perso la guerra a me non dà alcuna sofferenza, ma una blanda soddisfazione, che cerco di esprimere in modo educato, con circonlocuzioni in cui non esito a introdurre parole come “fante”, “onore”, e “Patria”. Ho scritto Patria con la maiuscola perché ho l’impressione che sia un nome proprio, una donnona mamma, vestita un po’ da matta, esibizionista e con un carattere impossibile. Se la Patria va in giro col Tricolore, la gente si volta per la strada ma, sempre per via del vilipendio, si limita a scuotere il capo. Chissà se sarà una relazione seria, oltre che equivoca. Meglio tenersi sulle generali, “Ma che belle torri, signora” e “Come dona il nuovo stemma, a suo marito, e quel rosso, chissà che tricoloraccione che è, questo birbante!”. Motteggio assolutamente affettuoso. Ci si può chiedere come mai la Chiesa che vanta un gran fascino su tutti indistintamente gli italiani abbia bisogno di ricorrere a questa protezione nei confronti di maleducate minoranze. O non sarà che è vecchia, spaurita, uccellesca, disorientata, e che ha paura di tutto? Ad ogni modo la Chiesa qualche volta va a far visita alla Patria, ma col Tricolore, dopo una grande e chiacchierata intimità, ora ha rapporti generici e imbarazzati; però quando li si vedono in televisione, tutti insieme a prendere il tè, il reato di vilipendio viene proprio in mente, e allora uno tossicola e tace. C’è poi la magistratura, e questa è proprio giusta, non la si deve vilipendere: per ragioni, ovviamente, che il reato di vilipendio mi vieta di spiegare minutamente. E c’è poi tutta una pleiade di oggettini umani, ministri, capi di stato, vigili, bigliettai, professori, dogmi; quando li incontrate, sempre il berretto in mano e quel sorriso che si vede nei dagherrotipi fin di secolo.
L’italiano ha un buon carattere, ma ha la tendenza ad essere rumoroso e frettolosamente insultante; solo così si spiega un recente incidente, in cui un cittadino tendenzialmente anonimo e addirittura udinese emise, in seguito ad una multa, un trattatello per le scuole medie di vilipendi: concitati e sommari, è vero, ma tutt’altro che inespressivi. Secondo l’edizione critica, giunta alla commissione per le autorizzazioni a procedere del Senato - quella della Camera era espurgata - egli avrebbe detto: “maledetta la Repubblica italiana, io al Presidente della Repubblica gli romperei il culo, e così farei con tutti i deputati e senatori, io sono un libero cittadino e voi mi state rompendo i coglioni, porco Iddio”; come si vede, qui c’è tutto, dalla Patria alla Teologia. Da un punto di vista giuridico l’invettiva mi pare che ponga qualche problema: a differenza della Patria, che è tutta quanta sensibile al vilipendio, il deputato, o il Presidente, sono ugualmente globalmente sacri? Il deputato rappresenta la nazione in quanto corpo, o in quanto persona? Ad esempio, lo scroto di un deputato, parte che viene tenuta in modesta stima, rappresenta la nazione o la vilipende? Il signore udinese ha espresso il proposito di “rompere il culo” a Presidente, deputati e senatori; si potrebbe notare che, sebbene il culo non abbia parte nella rappresentanza nazionale, è in quanto parte di un senatore eccetera che quel signore vuole “romperlo”; ma può il culo essere promosso, per così dire, a parte suscettibile di vilipendio, o forse non vuole carità di Patria che si eviti un accenno aperto alla umile, se non proprio vergognosa, conformazione fisica dei senatori eccetera? La giunta, con saggia indulgenza, ha negato l’autorizzazione a procedere; e pertanto possiamo dedurne che il culo di un deputato ha sì diritto alla generica protezione di tutto ciò che è Patria, ma non può pretendere la specifica tutela che va tanto al paesaggio che ai rappresentanti della nazione.

Con il titolo Il potere è sacro, in «Il Mondo», 27 febbraio 1975.
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