Riga n. 25
Giorgio Manganelli
Giorgio Manganelli
Aborto

Da qualche tempo mi accade di leggere le prose teoretiche di Pier Paolo Pasolini con una sorta di devozionale raccapriccio; non oserò dire che scrive male, tenuto conto anche della media nazionale, ma che scrive, all’incirca, come un sociologo che, dopo passionali e discontinui studi giuridici, abbia scoperto e incautamente amato una letteratura, degli autori non indiscriminatamente consigliabili, tanto per fare un esempio, Giovanni Papini, Luigi Russo e l’ultimo Pier Paolo Pasolini. Mi rendo conto di esser caduto in un errore di logica, ma di un genere così squisitamente pasoliniano, da non trovar cuore per emendarlo. Quello che si nota, in questi ultimi scritti, è una tale quantità di superiorità morale nei confronti dell’universo, da essere difficilmente compatibile con una prosa comprensibile. Era già successo al tempo del divorzio, succede di nuovo oggi sul tema dell’aborto. Il lettore ha l’impressione di tentare l’autostop durante gli ultimi tre giri sulla pista di Indianapolis: estremamente frustrante. Non sono assolutamente certo di aver capito tutto, ma quel che ho cercato ha provocato in me una varietà di emozioni di cui cercherò di render conto, supponendole comuni ad altri mortali.
Il problema dell’aborto, ovviamente, pone in primoluogo il tema della mamma; Pasolini afferma di vivere “nei sogni e nel comportamento quotidiano” la sua vita prenatale, quella che egli chiama “la mia felice immersione nelle acque materne”. Sarà, ma la mia memoria amniotica è piuttosto corta; che allora fossi felice, chissà mai, senza nemmeno un libro da leggere; in ogni caso, molti, ed io di questi, se invece di essere partoriti fossero stati abortiti, non se ne sarebbero avuti a male. Con lieve correzione dell’apotropaico detto popolare “di mamma ce n’è una sola”, dal contesto di Pasolini si può trarre lo slogan programmatico “di mamme ce n’è un miliardo solo”. Troppe, a mio modo di vedere. A questo punto, uno crede di aver acchiappato un bandolo e gli corre dietro: facciamo la conta delle mamme, facciamo delle proposte, tutto potrebbe rientrare nella difesa del paesaggio. Ci arriveremo, all’ecologia, ma più tardi; intanto ci sono delle riflessioni erratiche e concitate.
I radicali hanno ceduto al fascino cinico della Realpolitik: la maggioranza ha sempre torto, i “principi reali” - non so cosa siano, potrebbe essere un bon mot antimonarchico - non coincidono con i diritti della maggioranza. Ottimamente: se le cose stanno così, siamo perfettamente d’accordo. La maggioranza è conformista, dunque “brutalmente repressiva”; c’è perfino l’ombra di un sillogismo. Niente da dire.
Ora qualcuno potrebbe mettersi in testa che costringere una donna, che già deve varcare la soglia infera del trauma dell’aborto, a comportarsi come un animale braccato, a rischiare la vita, e infine ad essere dichiarata “delinquente” a nome del popolo italiano sia un comportamento abbastanza repressivo. Macché: come saviamente argomenta il Pasolini, la “maggioranza” vuole l’aborto, perché la coppia eterosessuale ha scoperto il coito consumistico, lo vive come dovere sociale della propria figura di consumatore. È del tutto evidente che Pasolini considera l’aborto come una attività psicologicamente distensiva, una faccenda da carosello.
Essendo stati esentati dall’arbitrio della natura da codeste scelte, una tal quale prudenza non sarebbe di troppo. Diciamo, di indiretta scienza, che l’aborto non ha mai fatto ridere nessuno; alcuni anni fa, mi accadde di assistere ad un suicidio nell’Aniene di una domestica: incinta; quando ero insegnante, una mia allieva si gettò da un quarto piano: incinta; chissà quale illusione le aveva persuase di essere oggetto di una “brutale repressione”; forse una cultura che tratta da “puttana” la ragazza madre, che le porta via i figli per infilarli in quelle case di riposo per angeli che sono i nostro brefotrofi, che garantisce una vita di disprezzo, di frustrazione, di irrisione, non ha tutte le carte in regola per discutere della sacra vita.
Ma stiamo sul terra terra: tutta questa campagna contro l’aborto è nata, se non sbaglio, da una iniziativa dell’onorevole Pisanò, MSI; a me basta così, non occorre altro; ma se vogliamo c’è dell’altro; tutto comincia a Firenze, negli uffici di quella procura che aveva dichiarato non punibile il massacro di un anarchico figlio di N.N., un tale la cui madre non aveva avuto la saggezza di abortire, ma aveva pensato che “la vita è sacra”. Sembrerebbe chiaro, no? Macché; con uno di quei glissando logici che a me danno il capogiro, Pasolini, mentre saccheggia mamme e maggioranze per contrastare l’aborto, definisce codesta opposizione “vecchia convenzione clerico fascista”; e se la prende con Fanfani che farebbe non so che giochi - tanto lui li fa sempre - “in barba al Vaticano”.
Si ha l’impressione che di Pasolini ce ne siano troppi, e da tutte le parti. A questo punto, Pasolini scopre il “coito politico”; pensando e ripensando, di “coiti politici” ne ho trovati sicuramente due: quello con le prostitute, e quello con la propria moglie in quanto moglie, non in quanto la proprio donna, “lei”; questi due coiti sono le colonne della nostra società. Tecnicamente, oserei affermare che sono gli unici coiti esistenti; tutti gli altri, senza distinzione di fecondi o infecondi, rientrano nell’assai più vasta e tragica categoria dei rapporti umani, quei rapporti che sono sempre frammentari, isolati, “repressi”, dai fruitori dei coiti, condannati sempre a passare per misteriosi contatti e lacunosi dialoghi e impervi silenzi. Oggi il coito è “diverso”, scrive Pasolini, perché “il contesto politico di oggi è quello della tolleranza”.
Questo si chiama massificare, altro che romanzi, neanche la statistica riesce ad essere così vilipendiosamente elementare. Ma i giochi non sono finiti: Pasolini recupera una proposta di compromesso suggerendo di includere l’aborto nel reato di eutanasia, “privilegiandolo di una serie di attenuanti di carattere ecologico”; infatti, il resto di aborto potrebbe essere visto come un compenso al reato - “piccolo patto criminale” - consumato dalla coppia che, unendosi, rischia di produrre altri bambini che, inevitabilmente, contribuirebbero alla fine dell’umanità per pletora planetaria. Questo non è un glissando, è uno slalom. A questo punto viene una gran nostalgia di Voltaire, di Swift, di Bertrand Russell, magari della logica di Aristotele, aio e pedante.
Vorrei concludere questa giostra logica con due annotazioni. Suppongo che per Pasolini l’esito del referendum sul divorzio sia una prova che la maggioranza sia - non m’importa ora quello che Pasolini pensa che sia; mi chiedo come era fatta quella maggioranza: come mai la maggioranza “silenziosa” ha votato “no”? Un’ipotesi che una parte di questa maggioranza abbia avuto vergogna dei suoi compagni “clerico fascisti” e anche della propaganda per l’abrogazione; così una minoranza staccò una parte della maggioranza dal resto schiettamente fascista, il vero cuore della maggioranza silenziosa. Prova ne sia che oggi l’Italia, dopo aver votato “no”, continua a vivere il mondo dei “sì”. Infine, a furia di dribbling, ho l’impressione che Pasolini abbia ingannato se stesso: intervento “minoritario”, il suo? Non direi.

Con il titolo Risposta a Pasolini, in «Corriere della sera», 22 gennaio 1975.
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