Riga n. 27
Pop Camp
John Simon e Susan Sontag
Camp contro camp


Signori:
Miss Sontag avrebbe convenientemente potuto aprire il suo ampio tributo al ‘camp’ citando un lessicografo. Così il Dictionary of Slang and Uncommon English di Eric Partridge definisce il termine come «affettazione effeminata, di natura per lo più omosessuale, del linguaggio e dell’atteggiamento» e l’ag¬gettivo come «omosessuale, lesbica». Nella misura in cui è però proposto quale categoria del gusto, il camp si avvarrebbe di tre stratagemmi.

1. Inversione. Trasformare il reale in irreale, il vero in artificio e viceversa. Se in un film Scopitone il D-Day diventa puro sfondo al canticchiare e saltellare di una cantante pop, qualcosa di tragicamente vero si trasforma in una semplice parodia. Se una rozza e ormai decaduta attrice, della quale Miss Sontag mostra di parlare con tutto rispetto, tenta di spacciare sul palcoscenico la propria neutralità pseudo-maschile per desiderabilità femmi-nile, accade che si stia vendendo l’irreale per reale.

2. Travestitismo estetico. L’orchidea che in realtà è una lampada, la grotta artificiale che si rivela un soggiorno, tre milioni di piume che si fanno spettacolare abito da sera.

3. L’eccessivo. Lo scandale come arte, alla Cocteau. Portare all’estremo ciò che è ostentato, esagerato, gratuito e superfluo - come in un romanzo di Firbank, negli abiti femminili degli anni Venti e in Flaming Creatures (elogiato da Miss Sontag in altra sede) .
Tutto questo ‘campeggiare’ ha lo scopo di confondere questioni estetiche oltre che morali, rendendo in definitiva il buono indistinguibile dal cattivo, il significativo sommerso dal superfluo, il ritrarsi analogo al procedere. Se l’outré e l’inverso diventano esperienza quotidia-na, con facilità l’aberrante può diventare la norma. Miss Sontag può affermare in tutta se-rietà una simile «verità del gusto»: «la forma più raffinata di attrazione sessuale (nonché del piacere sessuale) consiste nell’andar contro la natura del proprio sesso». È chiaro che il camp sia destinato a diffondersi: l’eterosessuale Mr. Smith sarà spinto, per mediazione dell’androgino ‘mondo della moda’, a stare al passo dell’omosessuale Mr. Jones. E in effetti, l’elenco di Miss Sontag somiglia molto a rubriche di «Harper’s Bazaar» e «Vogue» quali È chic… e Si parla di…, o a qualsiasi altra analoga rassegna periodica di quanto è ‘in’ e ‘out’.
Il guaio fondamentale della sensibilità camp consiste nel suo essere imposta dall’esterno sull’oggetto di culto: essa non è definita né da un’accurata interpretazione di un’artista o di un manufatto, né da una dedizione appassionata a un’idea, bensì dall’attribuire - per le suddette ragioni - a oggetti e persone inutili e offensivi un’aura mistica, un’importanza, anche solo un’accettabilità che si spingono ben oltre ciò che essi meritano. Ne consegue che il valore artistico risieda oggi esclusivamente nell’atteggiamento dello spettatore più che nel suo senso critico, per non parlare di un qualunque merito consustanziale all’oggetto. Miss Sontag può pertanto giustapporre come apparentemente equivalenti Beardsley, Bellini, Il lago dei cigni e i film Scopitone, la cantante pop cubana La Lupe (chiunque essa mai sia) e «i film pornografici guardati senza eccitazione». I suoi ‘maestri di stile’ comprendono, a casaccio, l’illuminata Edwige Feuillère, la capace ma ormai passé Bette Davis, la scontata Barbara Stanwyck e l’innominabile Tallulah Bankhead. Così anche Lo strano dramma del dottor Molineaux è indistinguibile da un po’ di Mae West, Der Rosenkavalier assume pari dignità dei «prodotti di Tin Pan Alley», i dipinti di Crivelli non si differenziano da Capriccio spagnolo, e De Gaulle da Cecil B. De Mille.
Ciò genera contraddizioni, o quanto meno incertezze: l’Art Nouveau sarebbe «il più tipico e compiuto degli stili camp» - «analizzato nei suoi particolari, ad esempio, ben difficilmente l’Art Nouveau potrebbe apparire un equivalente del camp». Il camp «non sostiene che il bello sia brutto o viceversa» - «la definitiva massima camp: è bello perché è orribile». Wil-de, che Miss Sontag ammira, rappresenta un esempio di una delle due tipologie accettabili di camp, quella «totalmente consapevole (quando si gioca a essere camp)» - anche se «probabilmente, l’intenzione di essere camp è sempre dannosa».
Miss Sontag non solo finisce con il contraddirsi, ma si inoltra anche in affermazioni prive di fondamento. Definisce il camp come il primato dello stile sul contenuto, come se tutti gli stili fossero ugualmente espressivi e significativi. Accetta incondizionatamente una «classe improvvisata e auto-eletta, composta principalmente da omosessuali», quali «aristocratici del gusto». Parla diffusamente di una preoccupazione estetica come fosse equivalente a un’estetica giustificabile. La nota 42 ben illustra il suo metodo: «Si è attratti dal camp quando ci si rende conto che la ‘sincerità’ non basta. Perché può essere spirito filisteo, o meschinità intellettuale». Da questo entimema si deduce che, laddove la sincerità si dimo-stri insufficiente, ci si rivolga all’alternativa del camp - quasi non esistesse un’ampia gamma di arte di prima o seconda scelta al tempo stesso sincera e non filistea.
A proposito della «definitiva massima camp: è bello perché è orribile» che aggiunge non essere sempre vero, mi limito a dire che non è mai vero. Qualcosa può semplicemente esse-re bello nonostante sia per alcuni aspetti disgustoso. Ma mi fermo qui: in fondo, forse, Miss Sontag aveva pensato il tutto come una prova di camp.

John Simon


Signori:
Mr. Simon ha lottato con le mie Note e ora offre come contributo - le sue ‘strategie’? - tre delle nozioni che ho menzionato: l’inversione, il travestitismo estetico e l’eccessivo. Da ciò deduco che Mr. Simon abbia effettivamente letto le Note; a dispetto della sua diligenza, non ha però, colto il punto.
Il problema risiede forse nell’incapacità o nella non volontà dimostrate da Mr. Simon nel distinguere ciò che lui chiama «tributo» da una pratica di spiegazione e analisi. Se avesse operato questa distinzione, non avrebbe speso la gran parte della sua lettera a ingarbugliare quanto ho detto - come se ripetere le mie affermazioni significasse offrirne una critica.
Il Camp ha certamente a che vedere con la moda. Senza dubbio è largamente «imposto dall’esterno». Ammetto di aver giustapposto (ma non come «apparentemente equivalenti» o «indistinguibili») Beardsley e i film Scopitone, Crivelli e De Mille. Riconosco, certo, che il Camp superi la tradizionale distinzione tra buona e cattiva arte, cosa in verità ben più complicata di quanto Mr. Simon lascia intendere. Ciò che intendevo porre in luce è proprio come il Camp sia una forma di gusto estremamente soggettivo - la questione che con dubbia forza Mr. Simon definisce «atteggiamento» per contro a «giudizio».
Ma con ciò? La sensibilità camp esiste, ovviamente limitata e tuttavia forte del suo lato creativo e innovativo. Non merita di essere descritta? Si potrebbe dire molto su limiti e sterilità del Camp, ma Mr. Simon non ha fatto nulla di simile. Egli non propone altro che un tronfio zelo a difesa della Bella Arte, e le proprie angosce. Lasciate che lo rassicuri: è molto improbabile che il Camp o il solo parlarne possano avere l’effetto di «rendere il buono indistin-guibile dal cattivo». Mr. Simon, si rilassi: nessuno cerca di inquinare i suoi umori.
Che dire poi dell’assurda accusa rivoltami da Mr. Simon, di credere «tutti gli stili ugualmente espressivi e significativi», se non limitarsi a chiedergli su cosa fondi la propria affermazione? E cosa offrire in risposta all’imputazione di «accettare incondizionatamente una classe improvvisata e auto-eletta, composta principalmente da omosessuali, quali aristocratici del gusto», se non un sospiro? Mr. Simon è forse totalmente incapace di distinguere l’approvazione dalla descrizione? Nominare qualcuno significa necessariamente «parlarne con tutto rispetto»? Come dire: non sempre l’attacco è giustificato.
Infine, a proposito del malizioso invito di Mr. Simon a rivolgermi ai lessicografi: egli si è limitato a citare soltanto le definizioni 3 e 4, poiché le definizioni 1 e 2 non si prestano ai suo scopi. Le idee sono però ben più complesse di quanto Partridge o Webster, nella loro inte-rezza, dicano in merito. Mr. Simon ne è certamente consapevole. Ciò che mostra di voler fare nell’apertura della sua lettera è battere la falsa pista dell’omosessualità. Ma la relazione tra omosessualità e gusto camp - cui ho cercato di dar risposta nelle Note - è parte del fenomeno, non un argomento contro di esso.

Susan Sontag

Two Camps, in «Partisan Review», 32, inverno 1965. Traduzione di Stefania Consonni e Vera D’Adda.
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