Riga n. 26
Piero Camporesi
Piero Camporesi
Conversazione con Antonio Gnoli. Il pane truccato del sogno.

Dopo che una vasta letteratura ci aveva abituati a considerare l’età preindustriale come un mondo al riparo dall’angoscia, non è senza stupore che ci accorgiamo che l’umanesimo e il Rinascimento non sono soltanto la testimonianza del trionfo dell’uomo, dello splendore della corte e della perfezione dell’arte. C’è di più. C’è un mondo dimenticato e terribile, attraversato dalla penuria e dalle malattie, dalla paura e dalle grandi allucinazioni. È il mon-do della fame.
Qui il bisogno di ripercorrere un cammino ai margini della storiografia ufficiale; attenti a quell’immenso serbatoio di emozioni e di angosce che è l’esistenza quotidiana nella prima età moderna. Su questa strada da anni si muove l’attività di ricerca di Piero Camporesi. Il suo nuovo libro (Il pane selvaggio, Il Mulino, Bologna) è il suggestivo esame del mondo preindustriale, popolato da uomini larve e voci del silenzio. Il pane selvaggio era il pane che non esisteva nelle città. Era il pane del sogno, il pane mitico che nei tempi di carestia i malcibati cercavano nelle selve, trovandovi la morte.
“La mia storia” - dice Camporesi - “indaga volti anonimi e corpi denutriti. Entra nel mondo di coloro che direttamente non si sono mai espressi. È una conoscenza obliqua quella che noi possiamo avere oggi di quel mondo; anche perché è difficile far parlare documenti che non esistono”.

Ma in questo ambiente soffocato, abitato dai marginali, c’è anche il mondo delle donne che va riscoperto…

Sono convinto che la cultura popolare senza la donna sarebbe stata molto diversa: meno articolata, più rozza. Pensando alla ricetta di cucina o alla donna che assisteva i morenti che curava i malati, alle maestre di parto, ci accorgiamo che la figura femminile è il motore di trasmissione di una cultura che il maschio non aveva o non aveva il tempo di elaborare. Il maschio dava delle tecniche, delle conoscenze di lavoro, ma era la donna che creava la mentalità. Si pensi alla fiaba, che cosa sarebbe stata senza le donne?

Il tema della fiaba riporta, in qualche modo, al tema del sogno…

C’è una relazione strettissima. La fame di sogno nelle società preindustriali è altissima. All’esasperazione dell’esistenza quotidiana c’è la risposta del sogno. Il sogno addolcisce le asperità della vita. Non dimentichiamoci poi che al sogno si lega la diffusione nell’economia domestica di sostanze oppiacee.

Il tema dell’oppio è la novità più rilevante della sua ricerca. Si è sempre supposto che bisogna arrivare al capitalismo ottocentesco per veder sorgere il problema della diffusione di massa di derivati dell’oppio. E invece lei sposta le date…

Partire dalla famosa guerra ottocentesca dell’oppio è un errore storiografico. Anche l’età preindustriale ha conosciuto, in forme più o meno raffinate, la diffusione degli allucinogeni. La novità del libro consiste nell’aver dimostrato che non soltanto i professionisti della stregoneria usassero droghe, ma che la droga volontariamente o anche involontariamente entrava nell’uso quotidiano.

Involontariamente in che senso?

Si pensi alle cattive miscele di grani. Queste quasi sempre erano causa di intossicazione. Su larga scala venivano confezionati i cosiddetti pani truccati. Sono pani leggermente allucinati come il pane papaverino, conosciuto dalla medicina galenica come un forte ipnotico. I grani venivano miscelati con altissime dosi di loglio e quest’ultimo produceva effetti devastanti sulla psiche. Siamo in presenza, si stenta a crederlo, di una scenario allucinante attraversato dai deliri tossici, istupidimenti e balordaggini.

E come mai veniva consentita una pianificazione così pericolosa?

Direi per due motivi. La scarsezza dei grani nobili. Ma questo è un motivo che ci porterebbe ad affrontare il problema della politica dei prezzi. C’è però anche una strategia di potere che tende a favorire l’uso degli allucinogeni. In uno scenario terribile flagellato dalle care-stie e dai morbi, per i gruppi dirigenti era meglio una città popolata da stupidi che una città sconvolta a tumulti e sollevazioni. Intere città erano avvolte nel torpore e nel sonno.

Quindi sono anche società con un alto potenziale onirico…

Quella preindustriale è una società fortemente visionaria che elabora tutta una farmacopea di erbe, di antidoti, di sciroppi, di cordiali in grado di scacciare i sogni malinconici e spiacevoli e di rimuovere la paura. Perché insieme con la fame, la paura è l’altro grande evento che si abbatte su questi secoli.

In quali forme?

Molte. C’era innanzitutto il terrore del contagio. Il contagio è il grande nemico della quiete e della tranquillità. Questa ossessione secentesca mette in moto una spirale perversa di so-spetti che spesso sfociava in una giustizia sommaria e feroce.

E poi c’è l'angoscia della notte…

La notte medievale o della prima età moderna era cupa e senza illuminazione, per cui il calar delle tenebre diventava un tuffo nell’angoscia, nello sconosciuto. Gli attacchi spesso avvenivano di notte. È il momento in cui l’uomo è più indifeso. Il canto del gallo segnava, in qualche modo, la liberazione dall’angoscia. E poi il tempo di notte è un tempo criminale. Gli statuti cittadini stabilivano che un crimine commesso di notte avesse la pena triplicata.

E infine c’è la paura dei poveri…

Quest’ultima prefigura quel che sarà la paura delle masse. Il grande numero è sempre an-goscioso. Città che improvvisamente raddoppiano la popolazione. Sono città di vermi, di insetti che si riproducono. C’è tra le classi agiate una vera e propria ossessione della propagazione degli accattoni, dei malcibati, dei vagabondi, degli sbandati. Ma c’è soprattutto l’incubo di classe che questo mormorio di plebaglia prendesse coscienza di sé, del proprio numero e della propria forza. In realtà, quando scoppia un tumulto somiglia più a un fenomeno di isteria collettiva che a una vera rivoluzione. Ancora non esiste una strategia per la presa del potere. Il problema del potere comincerà a porsi seriamente solo dopo la Rivoluzione Francese. Ma qui è già storia dei nostri giorni.
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