Riga n. 26
Piero Camporesi
Marco Belpoliti
Un pane sempre in fuga

Siamo all’incirca nel periodo in cui avviene la cacciata in massa dei contadini dalle campagne e la loro trasformazione in operai, cacciata descritta da Marx nel capitolo XXIV del primo libro de Il Capitale. Questi uomini, contro cui si abbatté tra il XV e il XVI secolo, in tutta l’Europa occidentale, “una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio” (Marx), sono ritratti da Camporesi nella loro quotidiana lotta contro “le insidie che cospiravano al disfacimento e alla distruzione del corpo umano”, e di cui la fame era la più crudele responsabile. Il loro pane era composto dalla polvere delle più diverse radici ed erbe, che surrogavano il frumento; tra i poveri, e non solo tra quelli delle città, ma anche tra i contadini, oggetto di costanti e crudeli carestie, era diffuso il pane di loglio (pane alloiato) che sortiva effetti allucinogeni e soporiferi. I medici del tempo, del resto, teorizzavano e sperimentavano il pane papaverino che, insieme alle sostanze oppiacee, date anche ai bambini, aveva lo scopo di sedare la fame e la pazzia, e contenere i fuori di pazzia. Questi tentativi di “controllo sociale” che appaiono oggi, ai nostri occhi, dilettanteschi e surreali, avevano la loro ragione nel tipo di regime alimentare elle classi subalterne.

Qual mondo di poveri e contadini era un “mondo visionario”, non solo per quello che mangiava, ma soprattutto per quello che non mangiava. La fame è la produttrice di allucinazioni, scompensi psichici e immaginativi: “da questa allucinazione forzata sono scaturiti i sogni aggiuntivi e tridimensionali compensativi della miseria della quotidianità, dello squallore della ragione e degli oltraggi continui perpetuati su esistenze miserabili e personalità infantili, dalla morbilità psichica a tendenza convulsiva e isteroide, tipiche di una società schiacciata dal peso degli ‘status’ piramidali, immodificabili per legge divina e volontà regale”. La società preindustriale vive nel terrore delle carestie, dei demoni, degli spettri, è scossa dalla paura della notte (Frode, Povertà, Miseria, Fame, Malattia e Pallore sono i suoi figli), come ha ampiamente dimostrato la ricerca di J. Delumeau (La Paura in Occidente, SEI). Così “l’immaginario collettivo demoniaco e notturno delle generazioni dell’età preindustriale, nasce dal mondo della fame, della carenza, della frustrazione come compensazione illusionistica dell’alienazione esistenziale”. Questa droga dei poveri rende visionaria la società preindustriale, di una visionarietà non sottoposta al controllo liturgico, come invece accade nelle società primitive.

Nell’Europa del ‘500 e del ‘600 fame e stregoneria sono legate. Accanto a erbolari, aromatari, semplicisti, speziali, spagirici, manipolatori di erbe (la medicina dei ricchi ricorreva invece ad altri ben più preziosi componenti che non le erbe), vi era anche la “strega”. Cardani, famoso medico lombardo, contemporaneo di Montagne, metteva in relazione erbe allucinatorie e stregoneria. L’identikit della strega era proprio la descrizione di una vecchia malnutrita e “fissata in allucinazioni, atrabiliari”, macilente, pallida e deforme.

Sullo sfondo di una Bologna in lento declino, a partire dalla seconda metà del Seicento, la manifattura bolognese è in grave crisi, Camporesi ci tratteggia la figura del curato di S. Isaia, Giulio Cesare Luigi Canali, fondatore dell’Ospedale degli Abbandonati, una delle nuove costruzioni della beneficenza istituzionalizzata. Infatti a partire dalla metà del Cinquecento, dietro i poveri spuntano, a seguito delle ricorrenti crisi economiche, i vagabondi e quel mondo picaresco, tra il ‘600 e il ‘700, verrà rinchiuso negli ospizi e nelle galere.

Fino a quel punto la beneficenza si era esercitata su tra figure di poveri: “le persone inabili perpetuamente assistite o ridotte al rango di mendicanti a tempo pieno”; i poveri occasionali “che ricevevano elemosina continuamente ma occasionalmente”, i così detti “poveri delle crisi”, lavoratori a basso salario o occasionali; “coloro che erano poveri, ma non indigenti: artigiani, impiegati di rango inferiore, piccoli rivenditori agli inizi della loro vita lavorativa, assieme con i loro dipendenti” (B. Pullan, “Poveri, mendicanti e vagabondi”, in Storie d’Italia. Annali, vol. I, Einaudi). Il vagabondo, descritto da Camporesi è invece una nuova figura, emersa dalla fine dell’epoca medievale.

Gli ecclesiastici, ma anche i medici che compaiono delle pagine de Il pane selvaggio sono figure moderne, che hanno messo alle loro spalle il problema teologico della necessità della povertà, come mezzo per consentire al ricco l’esercizio della carità, problema nato attorno all’oratoria della povertà e dell’elemosina nel Medioevo; essi di preoccupano di soccorrere e disciplinare, alleviare e regolare. È vero che in quel periodo si riteneva ancora che la carestia e la peste fossero segni della collera divina, ma il loro problema è marcatamente laico e sociale.

La reclusione dei poveri viene dopo quella dei lebbrosi, è simultanea a quella degli “alienati di mente”, ed è un fenomeno europeo. In Italia la prima manifestazione di ciò è emblematicamente rappresentata il 27 febbraio 1581, quando “uno strano corteo uscito dall’ospedale della Trinità si mosse, papa Gregorio XIII felicemente regnante, per le strade di Roma sotto lo sguardo trasecolato e incredulo dei residenti, dei forestieri, dei pellegrini”. Alla luce di fiaccole ottocentocinquanta poveri (mendicanti, storpi, ciechi e malati) entravano nell’ex Convento di San Sisto, inaugurando la nuova sede dell’ospizio.

Per i due secoli seguenti l’opera di reclusione continuerà, attraverso nuove forme di “assistenza pubblica”, e verso la metà del ‘700 Ludovico Muratori, nel Trattato della carità cristiana, esporrà i punti della dottrina filantropica moderna, sancendone ufficialmente la nascita.

A quel punto il problema della povertà, della fame e del vagabondaggio è già da un secolo e mezzo un problema di popolazione, cioè di mercato del lavoro. In modo tutt’altro che casuale, proprio in questo periodo nasce la moderna arte del governare. “Le cose di cui deve occuparsi il governo sono gli uomini, ma nei loro rapporti, legami, imbricazioni con queste cose che sono le ricchezze, le risorse, i mezzi di sussistenza, il territorio, certo, nelle sue frontiere, con le sue qualità, il suo clima, la sua siccità, la sua fertilità, sono gli uomini nei loro rapporti con queste altre cose che sono gli usi, le abitudini, i modi di fare o di pensare, ecc. e infine gli uomini nei loro rapporti con queste altre cose che possono essere gli incidenti o le disgrazie come la carestia, l’epidemia, la morte (M. Foucault, La governabilità, trad. di P. Pasqualino, in «Aut Aut», n. 167-168, 1978).

Il problema della popolazione è il punto fondamentale. Occorrerà migliorare la sorte delle popolazioni, aumentarne la ricchezza, la durata della vita, la salute, e insieme disciplinarle. L’internamento negli ospizi e la regolamentazione della mendicità e del vagabondaggio divengono quindi una delle forme dell’esercizio di quell’arte del governo che, proprio attraverso il post-illuminismo, condurrà alla nascita dell’economia politica.

Non sarà tuttavia un processo lineare. Nel suo cammino si intreccerà con quello dell’uso coercitivo del lavoro, adoperato, non solo in Inghilterra nelle work-houses per costringere i contadini al lavoro di fabbrica, ma anche negli orfanotrofi italiani del ‘500 da Girolamo Miami, come mezzo per rieducare i bambini. È su questo sfondo storico che gli affamati evocati da Camporesi mostrano la loro carne dolente e le loro “follie alimentari”. Contemporaneamente viene da chiedersi, al di là delle apologie alimentarsi borghesi, quale era la vera forma della fame del capitale. Egli appare ascetico, non per conservare, ma per far circolare: trattiene per scambiare. La sua fame è la espressione di quella passione del valore che, vendendo per comprare e comprando per vendere, fa a pezzi, imputridisce e ammala la carne di tanti “poveri bambini”, cui la passione storica di Camporesi ha dato, anche se per poco, voce.

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