Riga n. 34
Le scarpe di Van Gogh
Georges Didi-Huberman
Rendere un’immagine

Uno dei testi più famosi dell’estetica contemporanea ha a che fare, non a caso, con la questione della restituzione. Si tratta del capitolo consacrato da Jacques Derrida, nel suo libro La verità in pittura, al dibattito che oppone il grande filosofo dell’esistenza Martin Heidegger al grande storico dell’arte neo marxista Meyer Schapiro [1]. 
L’argomento generale è ben noto: nel suo testo su L'origine dell’opera d’arte - che risale agli anni 1935-1936 -, Heidegger prendeva a esempio “un celebre quadro di Van Gogh” che rappresenta delle “scarpe da contadino”, facendone poi un paradigma per enunciare che “la materia e la forma, così come la distinzione delle due, risalgono esse stesse a un’origine più lontana” che il quadro ci permette di cogliere attraverso il suo “tacito richiamo della terra”[2]. Nel 1968, Schapiro rifiutò questo esempio sottolineando in primo luogo il fatto che questo“celebre quadro” non è altro che il riassunto mentale di Heidegger di varie opere dipinte da Van Gogh sullo stesso tema; e che queste “scarpe da contadino” che cantano il radicamento nell’Heimat in realtà non sono altro che gli “oggetti personali” dell’artista stesso, di questo cittadino bohémien che erra per le campagne di Arles [3].
Questo semplice cenno ci fa già capire la centralità che occupa, in questo dibattito, la posta in gioco della restituzione. Derrida si discosta da entrambi i tentativi di attribuire a qualcuno in particolare ciò che invece dovrebbe essere pensato come l’atto di restituire a chi spetta di diritto: “Il desiderio di attribuzione è un desiderio di appropriazione. Nel campo dell’arte come in qualsiasi altro campo. Il dire: questo (cioè questa pittura o queste scarpe) appartiene a X, è come dire: ‘ciò mi appartiene’, attraverso il giro di frase ‘ciò appartiene a(un) me’. Non soltanto ciò appartiene propriamente a un tale o a una tale, al portatore o alla portatrice [di scarpe] [...], ma ciò mi appartiene in proprio attraverso una brevissima deviazione: l’identificazione, tra molte possibili,di Heidegger con il mondo contadino e di Schapiro con quello cittadino, del primo con chi è radicalmente sedentario e del secondo con chi è emigrato e senza più radici” [4]. “Ognuno dei due dice: vi debbo la verità in pittura e ve la dirò. Ma occorre mettere l’accento sul debito e sul debbo, verità senza verità della verità. Che cosa debbono tutti e due e di che cosa debbono sdebitarsi con questa restituzione delle scarpe, quando l’uno pretende di restituirle alla contadina, e l’altro al pittore?”[5].
La grande virtù di questo ragionamento consiste nel mantenere l’atto di restituzione al di fuori di ogni attribuzione a questo o a quello: restituire non significa attribuire qualche cosa a qualcuno affinché questi possa annetterla o valersi di un diritto privato su di essa. La restituzione non implica né l’annessione né l’acquisizione di proprietà. Dal momento che una cosa appartiene in proprio, essa non viene più restituita. Al di là di ciò, ci sarebbe probabilmente molto da discutere sulla modalità adottata da Derrida per “fare giustizia” alla restituzione nell’ambito del dibattito tra Schapiro e Heidegger: penso alla sua critica unilaterale dell’“esperto” in storia dell’arte, come egli dice[6], difronte a un filosofo la cui formula esgibt (“c’è”, “si dà”) risplende quasi, lungo tutto il testo, come una formula magica [7]. Questo significa ignorare che nel saggio di Heidegger “la terra” è appunto ciò che si dice appartenere in proprio a un “popolo” il cui annunciato “risveglio” denota una situazione storica - le leggi di Norimberga del1935 - da cui i non proprietari, i senza radici - da intendere i “non ariani” - si trovavano appunto esclusi [8]. Derrida preferirà limitarsi a interpretare l’esgibt e la sua restituzione, nell’opera d’arte, come un “dono di piacere” (per prendere in prestito il gusto kantiano) o come un “dono dell’abisso”[9] (per riprendere, pur sviandola, la profondità heideggeriana).

[In «aut aut» n. 348, ottobre-dicembre 2010, pp.10-14].



[1] J. Derrida,“Restituzioni - della verità in pointure”, trad. it. di G. e D. Pozzi in La verità in pittura (1978), Newton Compton,Roma 2003, pp. 245-357.

[2] M. Heidegger,"L’origine dell’opera d’arte"(1935-36), trad. it. di P. Chiodi in Sentieri interrotti (1950), La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 20.
[3] M. Schapiro, "The Still Life as a Personal Object" A Note on Heidegger and van Gogh" (1968), in Theory and Philosophy ofArt: Style, Artists, andSociety. Selected Papers, vol. 4, George Braziller, NewYork, 1994.

[4] J.Derrida, "La verità in pittura", cit., pp.249-250 [traduzione modificata, N.d.T.].
[5] Ivi, p. 259.
[6] Ivi, pp. 266-270, 339-340, 345-349.
[7] Ivi, pp. 262,272-273 e passim.
[8] M. Heidegger, "L’origine dell’opera d’arte", cit., p. 61.
[9] J. Derrida, "La verità in pittura", cit., pp. 30e 50.



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