Riga n.
Alberto Arbasino
Pietro Citati
Giorgio, malinconico tapiro

Conobbi Giorgio Man­ganelli nel 1957, a Roma, dove insegnava lingua inglese negli istituti benefici. Ricordo ancora il signore gentile ed esi­tante. precocemente maturo, con una lieve tendenza alla pinguedine, che mi guardava con occhio fisso e allarmato, come se pericoli lo minacciassero da ogni parte. Sì, certo, dappertutto c’era­no e ci sono rischi: noie, fastidi, letterati, ministri, signore beneducate, genitori, demoni; ma il vero rischio era lui stesso – le o­missioni, gli errori, le incertezze, i delitti compiuti in sogno, i pensie­ri che non osava pensare sino in fondo, l’assenza completa di dife­sa dal mondo. Assomigliava a un animale: un animale uscito di casa a caccia di cibo, insidiato da altri animali feroci e pericolosi, che si nascondevano chissà dove. Una volta, un nostro amico comu­ne disse che Manganelli non era “antropomorfo”; e lui si divertì molto. Aveva sempre saputo di es­sere della razza di Gregor Samsa. Aveva sempre saputo che uno scrittore, se vuole discendere nell’immensa zona desolata, dove si annidano le ombre dell’incon­scio e dell’essere, deve diventare animale: un ratto, un cane, un ma­linconico tapiro.

In quegli anni, lavoravamo insieme per l’editore Garzanti. Ci vedevamo spesso. Il mio deferente amico era molto colto. Cono­sceva benissimo la letteratura in­glese e italiana. Scriveva qualche saggio critico. Ma il suo stile era incerto, lento e affaticato: sem­brava un professore più intelli­gente degli altri; ed ero certo che non possedesse talento. Non sa­pevo quanto mi sbagliassi. Niente mi meravigliò più di quello che accadde una sera del 1964. Stavo in ufficio, seduto per caso dietro una scrivania, quando Manganel­li venne molto lentamente verso di me. Sembrava più che mai cau­to, timoroso, diffidente di se stes­so: una copia più giovane dell’in­gegner Gadda: sedette su una sedia; e mi porse un libro, scusando­si e vergognandosi di un atto così insensato: “Sì, l’ho proprio scritto io”. Era l’Hilarotragoedia: un libro bellissimo. L’onesto pro­fessore era diventato all’improv­viso uno scrittore di genio. qualche anno dopo, mi raccontò la sua storia. Sull’orlo della dispera­zione, senza speranza di vivere né di morire, aveva conosciuto Ernst Bernhard, il quale l’aveva aiutato ad attraversare le ombre dell’inconscio. Per qualche anno, aveva vissuto con loro, discorren­do soltanto di loro e con loro. Tut­te le forme della sua mente erano state suscitate dal sonno in cui giacevano abbandonate e oppresse: l’analisi aveva risvegliato, in lui, lo scrittore nascosto; la lette­ratura l’aveva salvato dalla disperazione.

Non potrei dire quale fosse il suo male. Tutte le parole tecniche sono improprie. Se penso alla sua anima, come posso parlare di ne­vrosi, o di depressione, o di ango­scia? Quando lo vedevo in certi momenti – allora il suo occhio sembrava terrorizzato da ciò che scorgeva dentro di sé –, avevo l’impressione che tutte le furie del mondo – non solo le sue, ma an­che quelle dei passanti che incontrava per strada, o degli amici, o dei nemici, o del diavolo o di Dio – ­avessero scelto il suo corpo come luogo per manifestarsi. In qual­che modo, attraverso eruzioni o infingimenti o tortuosità, – volevano venire alla luce. Tutto avve­niva nel “sottosuolo” – dove si a­scoltano i soffi, gli ansiti e i guaiti delle creature invisibili. Laggiù non abitano le creature che noi conosciamo: fiere di vivere di pensare, di parlare, di possedere un io, una moglie e dei figli. Ci sono soltanto gli spettri. Laggiù non c’è luce: ma soltanto la notte: la tenebra; così intensa da fingere, a volte, di essere luce e crepusco­lo e persino letizia.

Non vorrei dare l’impressione che Manganelli fosse uno scritto­re abbandonato all’inconscio. Sapeva benissimo che, dal sottosuolo, provengono i ­maggiori perico­li per chi scrive. Era troppo intelli­gente per perdere il proprio con­trollo. Così, in parte senza volerlo, compì una doppia trasposizione. In primo luogo, trasportò le figure dell’inconscio nella parte intell­ettuale della mente; così che tutti i brividi, le folgorazioni, le fo­sforescenze, i trasalimenti, le voci, i sussurri, le metamorfosi dell’inconscio vennero rinchiusi nella sua mente bene organizzata. Di rado, uno scrittore ha compre­so con tale intensità la natura as­solutamente intellettuale di ciò che scrive: non c’è nessun fuori; l’universo si è contratto nelle stret­te pareti del cranio. In secondo luogo, come Poe, egli trattò l’inconscio con gli strumenti della retorica tardoantica, rinascimen­tale e barocca. Sorsero così, nel primo periodo della sua attività, grandi edifici cimiteriali, ricoper­ti di festoni,di fiorami, di corazze, di paludamenti, di trofei, dei quali Manganelli era insieme il signo­re, il servo e il bibliotecario – e, poi, edifici più svelti, eseguiti con una splendida autorità. Se questa letteratura conosceva un rischio, – era insieme quello dell’informe e dell’eccesso trionfale di forma: rischio nato dallo strano abbrac­cio tra inconscio e retorica.
 
* * *
 
Non era facile trovare un luogo dove vedere Manganelli. Né casa sua, né casa mia, erano il posto giusto per incontrarci. Aveva scelto lui il luogo: un ristorante toscano presso Porta Pia; suppongo che abbia adottato un ristorante diverso per ogni amico. Ci incontravamo molto spesso: nel piano inferiore, in una specie di cantina, dove sedeva sempre con le spalle esposte al vuoto e ai rischi del ristorante. Sebbene ci co­noscessimo da più di trent’anni, ci siamo sempre dati del lei: con cerimonie, delicatezze, attenzio­ni, affettuosità, come nessun tu, forse, mi ha mai consentito.

Da principio parlavamo sem­pre della “realtà”. Non so quale fi­ducia avesse in me come critico letterario ma certo aveva un’im­mensa fiducia in me come rap­presentante del misterioso “mon­do reale” (sebbene gli apparte­nessi ancora meno di lui); e mi aveva nominato suo ambasciatore permanente presso le istituzioni visibili dell’universo. Con quale gioia e avidità golosa parlavamo di anticipi e percentuali da estorcere agli editori, o di compensi mai uditi da chiedere ai giornali presso i quali collaboravamo. Come un bambino, amava il da­naro; e credo che, come Goethe, avrebbe voluto ricevere sonanti e monete d’oro, invece che insipidi assegni.

Parlando, Calvino si inceppa­va, si interrompeva, emetteva frammenti e rottami aforistici: anche a me riesce quasi impossi­bile infilare un condizionale e un congiuntivo, o tanto peggio un congiuntivo dietro un altro con­giuntivo; ma Manganelli parlava superbamente. Non ho mai ascol­tato nessuno parlare così. Come un grande padre predicatore o un papa rinascimentale o un diplomatico secentesco, ostentava gerundi, participi presenti, parole rare, proposizioni subordinate dentro altre proposizioni subordinate, piuccheperfetti, con una esattissima consecutio temporum, nutrendosi avidamente di parole – sanguinanti arrosti di sostantivi, colorati contorni aggettivi, folleggianti salse di verbi e avverbi. Lo straordinario era che, in lui, il pensiero più sottile e complicato diventava subito, senza un attimo di incertezza e di dubbio, forma verbale: a tal punto la sua mente era dominata dall’istinto formale. Parlavamo per due o tre ore; e sebbene abbia tanto chiacchierato nella mia vita, di nessuna conversazione mi ricor­do come di quelle che ho avuto con lui nella cantina romana. Nient’altro che pensieri: puri pensieri e ipotesi che, rinchiusi in quella cantina, tra le interruzioni dei camerieri (voleva, il professore, l’olio sulla ribollita? e andava bene il vino dell’altra volta? e il porto doveva essere bianco o ros­so?), indagavamo quello che ci era possibile.

Suppongo che mi usasse come un allenatore. Alla fine era con­tento, e mi ringraziava della sera­ta. Non so bene di cosa mi dovesse ringraziare. Lo riaccompagnavo in macchina, lungo la Nomenta­na, o fino al quartiere Prati.

Malgrado le sue ironiche deni­grazioni dell’intelligenza, era in­telligentissimo. La sua mente non aveva paura di nulla: di nessuna sfida o pericolo; tanto meno di av­venturarsi nell’ombra o nella tenebra o nel sacro, – perché sapeva benissimo che la nostra mente non deve far altro che misurarsi con ciò che si nasconde. Ma, dalle sue discese nell’ombra, non deri­vava alcuna vaghezza. Quando parlava e tanto più quando scrive­va, era preciso, concettoso, folgo­rante, aforistico – un Baltasar Graciàn del ventesimo secolo. Capire lo rendeva felice: la gioia di capire lo rendeva più intelli­gente; e allora comprendeva con una tale velocità da bruciare l’oggetto compreso. Restava solo la sua parola, a metà tra un’ala di pollo e i fagioli all’uccelletto, – e, nell’aria, un po’ di mefistofelico zolfo. Allora rideva. Come tutte le persone intelligenti, rideva vo­lentieri. Quando gli ero vicino, capivo che, nel mondo, consuma­ti tutti gli orrori, esaurita la trage­dia e l’angoscia, restava un’im­mensa, inesauribile e incom­prensibile, riserva di riso.

Non ho mai viaggiato con lui, sebbene avessimo progettato in­sieme un lungo viaggio in Tur­chia. Credo che viaggiare fosse per lui, almeno nei primi anni, il momento della liberazione: in Cina o Islanda o Norvegia o a Sin­gapore, il groviglio faticoso del mondo, il carcere dell’esistenza e i passi delle Furie venivano di­menticati. Viaggiava in una con­dizione di estrema felicità o di e­strema tensione: possedeva le cose con centinaia di occhi, le gu­stava con le papille frementi della lingua, con i polpastrelli sensibi­lissimi, con l’attenzione spasmo­dica del naso e delle orecchie. Vi­sto dall’aereo o dalle finestre dell’albergo, il mondo diventava un cibo saporoso, che il più fantasti­co dei cuochi aveva preparato solo per lui, seduto davanti a un desco immaginario, con gli occhi scintillanti di cupidigia. Oppure il mondo era un libro: una stermi­nata bibliografia vivente, fitta di voci, sottovoci, lemmi, sottolem­mi, bibliografie, che consultava come una Pauly-Wissowa.

Il viaggio non poteva durare a lungo; ed egli ritornava, non di­sperato ma rassegnato e furibondo, nel carcere della vita. Tutto, intorno a lui, era carcere: le mura altissime, le torrette delle guar­die, le celle d’osservazione, le stanze dell’incubo. Gli alberi, le piante, i fiori, con i quali un picco­lo dio benigno cerca di alleviare le condizioni di vita del carcere, non esistevano per lui. Con le spalle contro la finestra. Manga­nelli illudeva la prigione con la sola occupazione che riteneva degna di un uomo. Studiava le Idee, le sedi dell’Essere, i luoghi dove a­bita Dio e la morte. Aveva letto Platone. Ma nessuno era più anti­platonico di lui. Invece di abitare sul culmine delle luci, Dio era morto, e lui poteva raccontare soltanto di dei defunti o mai esisti­ti. E quel Dio o quegli dei morti non erano circondati dalle bellis­sime forme luminose che Platone incontrò nella Pianura della Ve­rità, – ma da spettri, cose non nate, vischiose apparizioni defor­mi. Questo era il regno dell’Esse­re coltivato da Manganelli. Sareb­be stato forse più giusto chiamar­lo regno del Nulla.
 
* * *
 
Nell’ultima parte della vita, compì la sua discesa definitiva nell’inferno. Evocò le ombre, le loro sedi e le loro cosmogonie senza ricorrere più alla mediazio­ne della retorica con una prosa rapida ed intensa. Così si con­segnò, inerme, nelle mani delle Furie. Non so se comprese piena­mente la sua decisione. Certo, tanti anni rima, inducendolo a conoscere l’ombra, la letteratura l’aveva salvato. Ma la letteratura non salva mai nessuno, per sem­pre, perché ci impone delle do­mande ogni volta più grandi e in­tollerabili. Ora essa esigeva che egli andasse in fondo, raccogliend­o senza timori le voci, gli squittii, le forme smozzicate delle creatu­re infernali. Non poteva sostare davanti a nessuna scoperta od orrore; e doveva diventare, lui stes­so, quelle ombre e quegli orrori.

Le angosce crebbero, nell’ulti­mo anno della sua vita, senza la­sciargli quasi tregua. Anni prima in India, aveva avuto l’impressio­ne che le pareti del tempo si avvi­cinassero fino a schiacciarlo, e lui non potesse far altro, per sfuggire al tempo, che buttarsi fuori dalla finestra, dal diciottesimo piano. Ora era sempre più soffocato e schiacciato dal tempo. I demoni si erano impadroniti della sua ani­ma, e immaginarono per il suo corpo una malattia fantastica, che aveva tutti i sintomi di una malattia reale. Non osava uscir di casa, veder gente, essere invitato a pranzo, percorrere le strade, ce­nare con me al ristorante toscano. Dappertutto incontrava le Fu­rie. Il mondo si era ridotto ai libri, i quali soltanto avevano la forza di pacificarlo. Ogni mattina, gli pa­reva di scorgere un cielo pallidamente luminoso: ma, alle dieci, il cielo era già fosco. Morì di colpo, forse senza dolore, prostrato da una tensione che sarebbe stata in­sostenibile per chiunque.

La sera dopo la sua morte mi te­lefonò un signore cerimonioso, per il quale entrambi avevamo molta stima. Gli chiesi se, la matti­na dopo, sarebbe andato al fune­rale. Mi rispose: “È un appuntamento al quale non si può manca­re”. Il funerale di Manganelli sa­rebbe dunque stato un’occasione ufficiale, come un discorso del Presidente Cossiga, il Premio Strega, un famoso party o la pre­sentazione del “libro dell’anno”? Il mio interlocutore ignorava che Manganelli aveva mancato tutti gli appuntamenti della sua vita: aveva sbagliato tutte le occasioni obbligate: e non ci sarebbe stato nemmeno a quest’ultimo appun­tamento, il suo funerale, né nella bara, né fra noi, in incognito tra la folla nella grande chiesa di Prati. Lui aveva sempre abitato da un’altra parte. Pensai: “Questo debbo raccontarlo a Manganelli”. Era l’unica telefonata che non po­tevo più fare.

Qualche giorno dopo, lo so­gnai, come avevo sognato Calvino. Ma era un incubo: chissà perché, dovevo infilare un coltel­lo nel petto di un grande animale peloso. Ubbidii piangendo all’or­dine. Poi mi accorsi che l’animale ucciso giaceva al suolo nella stes­sa posizione in cui avevo visto Manganelli disteso sul letto fune­bre. Mi domandai di che cosa fossi colpevole. Non sapevo. Forse, come Gregor Samsa, Manganelli doveva venire immolato. Ci sono creature che scendono fra di noi, abitano la terra, vivono come “ca­pri espiatori” e poi vengono sacrificati, perché noi po­ssiamo an­cora scrivere libri, compiangere gli amici, camminare nei giardi­ni, godere le gioie inutili dell’estate.
 
 
In “la Repubblica”, 18 luglio 1990; poi in Pietro Citati, Ritratti di donne, Rizzoli, Milano 1992; ora in Id., La civiltà letteraria europea da Omero a Nabokov, Mondadori, Milano 2005
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