Riga n. 30
Roland Barthes
Alberto Arbasino
Roland Barthes. Parigi, la Carmen, dediche e ricordi di un amico fedele
la Repubblica, 15 Marzo 2010

La rivista “Riga” celebra a livello illustre l’amico più soft che abbia mai incontrato, Roland Barthes. E mi sembra di rivederlo ancora, gattone paffuto e roseo e ben pettinato, sprofondare tra le imbottiture di un ristorante romano di brasati e baroli, fino a sfiorare col naso e lo sguardo il livello della tavola. “En fidèle amitié”, come amava ripetere nelle dediche dei suoi libri. E in totale relax, ben diversamente che in certi tempi parigini “dans le quartier” degli intellettuali ed intellettualini: laddove in tremendi bistrò vietnamiti – dunque economici ed engagés, con tramezzini di formiche – aggressivi studenti bruttissimi lo questionavano a raffica, dandogli brutalmente del tu. Tempi di titubanze: quando possedeva certo uno status di “piccolo maestro” riverito nel Quartiere Latino e sugli organi di opinione progressiva. Ma né “ruoli” né “titoli” contabili per una regolare carriera accademica. Di qui, forse, i faticosi esercizi scolastici delle analisi semiologiche (anticipatrici o démodées?) sul Sistema della Moda di allora. Riparo di bravi bambini che accompagnano la mamma dalla sartina (dove si discorre di côtelé e gaufré e retroussé e piqué “entre nous”), evitando i “mauvais garçons” o “enfants terribiles” che giocano al pallone o alle palle di neve giù in strada, spettinati e maleducati. Magari dicendosi “hey, puah”. Ma anche un “sobbarcarsi”, come per chi non ha dato gli esami di anatomia umana o diritto romano nei primi anni di università, a causa di convalescenze, flâneries, languori. E nella mezza età, può approfittare della istituzionalizzazione dello strutturalismo quale struttura di potere cattedratico. Implicante, ovviamente, gerarchia, business, stipendi, rimborsi, assegni familiari e assicurativi, consigli di amministrazione, sederi di pietra… …Mentre però basta l’universale prêt-à-porter per rendere più obsoleta del diritto romano una moda di sartine e ziette basata su babouches o baby-doll o boléro bouffant. Con quel “brusio della lingua” che finiva per auto dissolversi nelle finezze di uno chuchotement fra vieilles filles all’antica. Non ci si permise mai di chiedergli dove era veramente lui. Nella rincorsa tardiva delle doverosità scolastiche e accademiche ritardate da una gioventù sanatoriale e inferma? Oppure nell’intruppamento cautelativo e prudenziale con il veemente gruppo di Tel Quel e delle Éditions du Seuil? O nei raggiunti appagamenti sensuali ed intellettuali con l’abbandono a hobbies elevati e dabbene come la Fotografia e il Giappone, in aggiunta ai tradizionali passatempi per signorine, come l’acquarello e il pianoforte? Qui s’appiatta o impazza il tipico vizio o tradizionale tarlo dell’ossessività diaristica, tanto congenitamente francese. Nel caso famoso di Gide, la parodia era facile: “Minuit. Un moustique me pique. E ne approfitto per rileggere la Comédie humaine di Balzac”. E nel caso di Cocteau, le note sugli anni 1943-’45 sono sempre una testimonianza di epoche rimosse da tutti. Ma Barthes risulta particolarmente sventurato quando registra le sue tardive e tetre sere d’agosto nei caffè e cinema e cessi “dans le quartier” fra marchette senza possibilità di vacanze al mare; e lui già celebre. E i curatori pubblicano postume in Incidents le sue infelici note sulle serate più squallide, con poi i soprani ascoltati alla radio. Non era certo lieto, infatti, quando una rivista come Rolling Stone lo descriveva come pensatore “in residenza” al Palace, discoteca alla moda, o “al seguito” del patron Fabrice a Deauville, sulle spiagge proustiane… Ma veniva già deplorata da Céline, quella clarté addirittura ‘giuridica’ nell’anatomizzare – e razionalizzare, classificare, catalogare, strutturare sistematicamente – tutte le emozioni e pulsioni e glandole nella lingua francese, accantonando ogni “côté notturno”: l’oscurità, l’inconscio, il mistero… “Dissecare” e dunque “disseccare” poeticamente, e storicamente, e geograficamente, utopicamente, semiologicamente… ogni puntino ortografico a posto e tutti gli accenti giusti, tra le frotte di virgole che circondano un punto-e-virgola… A Tangeri, o al Flore, su Tel Quel o Vogue… Fra i turisti, e i passanti, e una sigaretta, una bicicletta, vari idioletti, qualche metonimia, e un certo punto di rosa o blu… E una serie di singulti per la povera mamma: mentre tanti infami Franti ridacchiavano senza Cuore quando Beniamino Gigli cinquantenne cantava “Mamma, solo per te la mia canzone vola!” a Emma Gramatica settantenne, al cinema… …Leggendo magari davvero le Pensées di Pascal al caffè, fra uova à la coque e tazze di tè e bande di gigolos a St-Germain-des-Prés… E veramente su queste Soirées de Paris ci vorrebbe un piccolo capolavoro minimalista e cool come il Ravel di Jean Echenoz: oltre tutto, Ravel e Barthes erano praticamente conterranei, in quei Bassi Pirenei… Ma si può notare anche l’intrigante analogia tra lo sguardo di Barthes sulle “scarpe da basket” di Bob Wilson nella Camera chiara e i versi famosi di Enzo Jannacci sui “scarp del tennis”. Si ritorna così fatalmente “alle più care immagini”. Quando si partecipò con gli amici ‘einaudiani’ e Franco Fortini e Sergio Solmi alla sua prima presentazione milanese. (E col titolo “Ennui: la table ronde” proprio lui mise poi la nostra foto in Roland Barthes par R. B.)… E a Parma, in un tipicissimo convegno semiologico-teorico e psicoanalitico e gastronomico, stancamente indicava, con qualche “eh bien, les voilà…” le più infervorate oratrici, interventrici, ‘speakerines’… Rivengono dunque à l’esprit i soliti affettuosi ricordi bolognesi, che diedero origine a dediche ove alla “fidèle amitié” si aggiungeva la complicità e l’admiration. Ma come mai Roland Barthes – che era già il Barthes, benché ignoto a Bologna – così prontamente e disponibilmente nell’inverno 1967 accettò l’invito al vecchio albergo Baglioni dei nuovi dirigenti del Teatro Comunale (Carlo Maria Badini e Lamberto Trezzini, poi alla Scala e alla Fenice) per assistere con consigli semiologici l’architetto Vittorio Gregotti e la pittrice Giosetta Fioroni e il sottoscritto quale regista, nell’allestimento nuovo di una Carmen programmaticamente epocale, giacché contro le abitudini filodrammatiche vigenti? Pranzavamo ogni giorno all’eccellente ristorante ‘Cantunzein’, poco dopo devastato e saccheggiato dagli studenti del ’68; e dove si fece una grande festa la sera dopo l’epocale flop, scatenato dall’ingresso di alcune comparse con tradizionali parrucche da armigeri, però contestate all’urlo “fuori i capelloni!”. Il maestro Pierre Dervaux faceva colazione lì tutto solo, leggendo I tre moschettieri. Dopo l’avventurosa ‘prima’, Barthes lesse un suo intervento assieme a quelli di Luciano Anceschi ed Ezio Raimondi. E naturalmente assisté a parecchie prove, prodigo di suggerimenti. Tendevamo tutti a una “stilizzazione emblematica”, come per Appia e Brecht e Wieland Wagner: Segni forti, che facessero spettacolo, non già un “dégré zéro” in un Nulla brechtiano. Quando si assentava per qualche ora, e tornava sornione e soft come un gatto che ha gustato la trippa, lasciava talvolta intendere di aver ripercorso certi antichi itinerari sentimentali. Però dopo la lettura delle sue improvvide note postume, si può sperare che tra anditi e scalette abbia piuttosto effettuato vari incontri succulenti – che d’altronde abbastanza abbondavano, allora, in città. E invece adesso, infine, si rimane forse colpiti da una legge naturale o forse no, mettendo in parallelo i dati e le date, a confronto. Anche fra gli ultrasessantenni, il desiderio omosessuale si manifesta quotidiano, finché sopravvive una mamma molto venerata e vecchissima. Quando decede lei, cessa (nel Deuil) anche il Désir? (E ciò sarà admirable, o déplorable, o magari décapotable, secondo le sistemazioni e classificazioni nelle prossime tesi post-laurea degli epigoni applicati a inventariare campionature tipo “le forclos et l’obtus” in tema di ruoli e in vista di concorsi?).
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