Riga n. 30
Roland Barthes
Gabriella Bosco
«Per sempre sono mia madre»
Tuttolibri - La Stampa, 13 Marzo 2010

A 84 anni compiuti, Alain Robbe-Grillet aveva ancora il vezzo e la capacità di ricordare lunghi brani a memoria. Ma più che il fatto, era stupefacente il cosa: con le mie orecchie l'ho sentito recitare senza esitazioni le prime due pagine, intere, del Grado zero della scrittura di Roland Barthes. Non ho mai sentito di altri che sappiano par coeur pezzi di saggi. «È la prosa di Barthes, che si presta, perché è visibile» spiegò lui. Una prosa che prende e ti trascina, al pari - diceva Robbe-Grillet - di quella di Flaubert. Tra i contributi del ricco numero di Riga dedicato al trentennale della morte di Roland Barthes, i curatori Marco Consolini e Gianfranco Marrone hanno incluso quello in cui Robbe-Grillet illustra perché ama Barthes e facendolo evoca la voluttà provata nell'imparare a memoria intere distese di suoi testi. Vi si dilunga e parla di scivolamenti progressivi all'interno della pagina di Barthes, che sono tali da imprimersi. Il numero di Riga è molto opportunamente costruito intorno a un'idea chiave, quella secondo cui Barthes vedeva la scrittura. I numerosi articoli che contiene, che siano testi dello stesso Barthes o scritti da altri su di lui, hanno a che fare con la sua tendenza a rendere la scrittura immagine e viceversa. Sia quando ne fruiva che quando ne secerneva. Sin dall'inizio è stato così, anche se è soprattutto evidente nelle ultime pubblicazioni, La camera chiara o il corso su La preparazione del romanzo. Aveva annunciato che lo avrebbe scritto, un romanzo, poi non fece in tempo, venne investito davanti al Collège e morì. Ma in fondo, e suo malgrado, o meglio forse a sua insaputa, quel romanzo lo aveva scritto. Era il Journal de deuil, il diario tenuto dal giorno della morte della madre a poco prima della propria. Lo pubblica adesso Einaudi con il titolo Dove lei non è (la traduzione è di Valerio Magrelli, cura e note sono di Nathalie Léger, con la collaborazione di Bernard Comment e Eric Marty. Come nella Camera chiara, ma con un altro linguaggio - quello che Robbe-Grillet avrebbe definito «del romanziere moderno» - Barthes fila la sua scrittura intorno a un'immagine mancante. La morte della madre è la perdita assoluta e le parole per dirla non ci sono, eppure bisogna trovarle. È un Barthes intimo, dolorante, tra- scinato nel gorgo dell'«a che pro», quello che leggiamo in queste pagine. Piccole pagine, lacerti di scrittura. Non pensava a un futuro lettore, o non si poneva il problema. Aveva i suoi soliti foglietti, di un foglio grande ne faceva quattro, e annotava di giorno in giorno, qualche volta a più riprese nello stesso giorno. Cercava il modo per dare forma, visibile, al lutto. Il primo è scarno, ridotto all'osso. La data, 26 ottobre 1977, è quella del giorno successivo alla perdita. Barthes scrive: «Prima notte di nozze». Poi, a capo: «Ma prima notte di lutto?». La prima notte di nozze esiste nel linguaggio, la prima notte di lutto no. Come scrivere di qualcosa per cui la lingua non è attrezzata? Pagina dopo pagina, Barthes elabora. Ma non il lutto, la sua non è elaborazione del lutto, il fatto stesso che qualcuno usi questa espressione lo innervosisce sommamente: «parola nuova, psicanalitica, che sfigura». «Io trasformo Lavoro in senso analitico (Elaborazione del Lutto, del Sogno) in Lavoro reale - di scrittura», leggiamo, il 31 maggio 1978. La sua è tristezza - come quella di Proust - non continua, ma immobile. Auspica, persino sotto forma di preghiera infantile nella chiesa di Saint-Sulpice, che possa passare da uno stato di intasamento, ricorrenze ripetitive dell'identico, allo stato fluido. Ma Barthes vuole una scrittura che impedisca l'evacuazione della perdita. Sono anche questi frammenti di un discorso amoroso, il cui lessico però è ancora balbettante, incerto. Il 6 luglio trascrive, dalla biografia di Painter, alcune righe: Proust (punto di riferimento, il grande Orfano) aveva rischiato di morire per troppo veronal. Céleste gli aveva det- to: «Ci ritroveremo tutti nella valle di Giosafat». Lui allora: «Ah! Lei crede davvero che ci si debba ritrovare? Se fossi sicuro, io, di ritrovare Mamma, morirei immediatamente» (ma altrove Barthes scrive: «Suicidio. Come saprò di non soffrire più, se sarò morto?»). A un anno dalla perdita: «Oh, che paradosso! A me, così intellettuale, o almeno accusato di esserlo, a me, così fittamente intessuto di un incessante meta-linguaggio (che peraltro difendo), lei indica sovranamente il non-linguaggio». Di Mam. (sempre indicata così, col punto), lui scrive che realizzava «quell'alleanza tra etica ed estetica che era la sua incomparabile maniera di essere». «Ormai e per sempre io stesso sono la mia propria madre», prova a pensare. E poi: «Soffro per la morte di mam. (Percorso per arrivare alla lettera)». E l'idea centrale: «Foto: impotenza di dire ciò che è evidente. Nascita della letteratura».
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