Riga n. 28
Gianni Celati
Paolo di Paolo
Su Gianni Celati
L'immaginazione, Marzo 2009

Dove può cominciare una «reazione all'oscurantismo dei fottuti romanzi industriali»? Per esempio, dalla lettura del bellissimo numero della rivista «Riga» interamente dedicato a Gianni Celati. I curatori Marco Belpoliti e Marco Sironi hanno radunato una serie di interviste, testi critici, scritti inediti, splendide fotografie utili a una mappatura dell'arcipelago-Celati, «narratore delle pianure» nato a Sondrio nel 1937 e dal 1990 residente a Brighton, in Inghilterra.
Nel suggestivo «esercizio autobiografico in 2000 battute», Celati fornisce indicazioni essenziali per ricostruire il suo percorso biografico; ed è sorprendente la quantità di spostamenti cui, ancora giovanissimo, il futuro scrittore già si sottopone: Trapani, Belluno, Ferrara, Bologna. Una volta terminata la vita in famiglia, dopo la tesi di laurea su Joyce (dato non trascurabile), cominciano i suoi pellegrinaggi fuori d'Italia: Tunisia, Stati Uniti (New York, California, Kansas, Queens) e più avanti Parigi, Normandia, ancora Stati Uniti, Inghilterra, Africa, Germania. Lo spirito nomade anima anche il percorso letterario di Celati, molto legato all'incontro con Italo Calvino: «Aveva - ricorda Celati - un modo paterno-amministrativo, a volte un po' isterico, ma molto generoso, di considerare quello che facevo. E io mi sentivo protetto dietro le sue spalle». Lasciando nel '78 l'Italia per gli Stati Uniti, andò perduta una cassa contenente almeno cento lettere di Calvino: «se quelle lettere ci fossero ancora, direbbero che fervore di ricerca animava tutti quanti».
Un fervore che, esplorando questo numero di «Riga», pare tutt'altro che sopito. Si resta sorpresi già dalle interviste che aprono il volume: l'autore delle Avventure di Guizzardi e di Verso la foce, disposto a riconsiderare le tappe della sua formazione, gli incontri con i libri e le persone, il rapporto con il paesaggio padano ecc., risponde con precisione offrendo parecchi contributi: e non solo alla critica di se stesso. Dal «linguaggio dei pazzi» al modo come i sogni diventano letteratura, dal rapporto tra scritture e fotografia al lavoro sull'oralità, attraverso gli interrogativi dei suoi interlocutori Celati finisce per allestire un inventario dei temi della vita. E il conflitto tra «lingua materna», pure così amata e studiata, e «fuga dalla famiglia», al centro di molti suoi libri, si ricompone, volendo, in questa considerazione: «Ognuno di noi è una tribù, fatta di tante tendenze diverse. Non siamo mai esseri unitari. Siamo sparpagliati, contradditori, sempre in balia di alti e bassi. E questo non è un lamento, semmai è uno sfogo contro l'insopportabile mitologia dell'uomo tutto d'un pezzo».
Il punto di vista di Celati sugli esseri umani e sul mondo ha sempre qualcosa di anticonvenzionale, di anarchico; insegue un'idea di cultura non sterilizzata che abbia addosso anche «qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è tutto ciò che appartiene ai visceri» (parole di Manganelli che Celati sottoscrive). Così, malinconia e riso, sogno e fantasticazione («sonno a occhi aperti»), esperimento delle possibilità vocali, viaggio (con spirito ariostesco) concorrono a definire la miscela di una scrittura inclassificabile. D'altra parte - si domanda Celati - ha senso pensare la narrazione come «un oggetto determinato»? Sostenendo che andrebbe invece interpretata «come un evento - qualcosa che accade come una ventosità che passa da una testa all'altra», lo scrittore ci fornisce la categoria critica forse più adatta a leggere l'intera sua opera. Ventosità, appunto: cioè «flusso immaginativo, che porta emozioni  e pensieri», «moto espansivo di contentezza», che non esclude la musa malinconica, anzi la comprende, ed è «la stessa degli incontri con sconosciuti dove ci si scambiano pensieri e fantasie, o quella degli incontri amorosi segreti e fluidi».
Difendendo la ventosità, Celati contesta la riduzione di tutto l'esistente a modi di dire o narrare impersonali: insomma i libri industriali-libri per tutti, scritti nello stesso modo, usabili solo come passatempo in sostituzione della tv: «il che presuppone la cancellazione di qualsiasi differenza emotiva o empatica tra gli uomini». avreste mai pensato che la stessa ideologia di attacco dei marines dell'ex presidente Bush riguarda molti romanzi contemporanei? «Sono una magigoranza - spiega Celati - i nuovi scrittori che concepiscono i libri come assalti militari, con un modo di parlare e pensare simili a quello dei marines di Bush: We came here to make our job [siamo venuti qui per fare il nostro lavoro] - come se il contesto morale del loro lavoro fosse fuori discussione. La stessa idea extramorale del making our job ce l'hanno gli esperti delle case editrici, e i nuovi autori - marines della letteratura ufficiale, letteratura d'assalto in stile americanistico».

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