Riga n. 27
Pop Camp
Daniele Cenci
Pop in Camp!
Aut Magazine, Ottobre 2008

Il termine Camp, diffusosi nell'Inghilterra vittoriana poco dopo la condanna di Wilde al carcere duro (1895), designava una gestualità «esagerata» che portava ad identificare e stigmatizzare socialmente gli omosessuali.
Nell'epoca della cultura di massa e della omologazione globalizzata, il Camp è in relazione - fino a confondersi - con concetti quali il kitsch, da cui prende in prestito l'eccesso e la volontà frustrata del «buon gusto» (non di rado sconfinante nel trash), mentre dal raffinato snobismo dandy e dall'estetica di fine '800 attinge l'enfasi sull'«etica della forma», fino a trascurare o neutralizzare i contenuti «morali» dell'opera, «detronizzando la serietà».
Se già Susan Sontag nel 1964 in «Notes on camp» [poi in: Contro l'interpretazione, 1998 (1967), pp. 369-93] aveva sottolineato come l'androgino fosse l'Immagine della sensibilità Camp («la forma più raffinata dell'attrazione sessuale, nonché del piacere sessuale, consiste nell'andar contro l'inclinazione del proprio sesso... l'artificio in fondo è sempre ermafrodita»), negli anni '90 si cerca di ancorare il camp nello spazio queer, decifrandolo come «una potente critica della cultura eteronormativa».
Caratterizzato di volta in volta da una «folle» ironia, da eccentrici travestimenti e da una stilizzata effemminatezza, da sofisticati giochi di ruolo, «oltraggiosa autoderisione e teatralizzazione parodistica» (Le Brun-Cordier), il camp appare per alcuni una pratica rivoluzionaria (cfr. Judith Butler in «Gender trouble»), mentre per altri rafforza gli stereotipi sottraendosi ad ogni impegno politico.
C'è chi ne evidenzia la trasgressione destrutturante - «una strategia obliqua di resistenza alle norme» - e chi ritiene sia solo uno stile convenzionale legato ad una tradizione gay.
Immergetevi in questo pozzo senza fondo, godendovi i testi e le illustrazioni di Aubrey Beardsley, Firbank, Burns, Connolly, Banis, Joe Orton, Dietrich, Garbo e Mae West, Judy Garland (in quel monumento al Camp che è IL MAGO DI OZ di Fleming, 1939) e la figlia Liza in Cabaret, «Les Ballets Trocadéro» e «The Sisters of Perpetual Indulgence», l'intramontabile The Rocky horror picture show, il Bowie glam-rock e l'incontenibile Elton John, Erté, Capote, Mapplethorpe, Pierre&Gilles e David LaChapelle, Orlando, Lemebel, Arbasino, CAMP di Andy Warhol, e poi:

•    «Campare di camp» di Richard Dyer,
•    «Regole» di Philip Core,
•    «Cinema camp e sensibilità gay» di Joe Babuscio,
•    lo strepitoso «Secondo manifesto camp» di Mauriès,
•    «Segni omosessuali (in memoria di Roland Barthes)» di Beaver,
•    «Intrigo internazionale. Spie pop e segreti chic degli anni Sessanta» di Cleto,
•    «Camp e nuove situazioni picaresche. Esposizione, mobilità e travestimenti dell'intellettuale» di Fusillo e Iacoli,
•    «Le macchine divine. Capitoli per una storia del camp ecclesiastico» di Scarlini.

Il merito di questa enciclopedica impresa va a Fabio Cleto, già curatore di Camp: Queer aesthetics and the performing subject (1999), That man from C.A.M.P.: Rebel without a pause (2004) e della voce «Camp» in «Gay» (AA.VV., 2006), che qui antologizza più di 40 autori, con interventi editi e inediti, in una sfrenata cavalcata attraverso la storia delle idee e del costume: Camp cavallo che l'erba cresce!
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