Riga n. 27
Pop Camp
Angelo Di Mambro
Quando il kitsch diventa «camp», decodifica aberrante del mondo
D-News, 09 Giugno 2008

Camp, oggetto misterioso. Ma tanto più cruciale nel novecento per quel suo lavorìo alla destrutturazione continua delle dicotomie che il secolo scorso aveva ereditato dal suo predecessore romantico, positivista e progressista. Cultura alta e bassa, maschile e femminile, serio e ludico, intenzionale e volontario. Un’arma nel discorso estetico che è diventata sensibilità diffusa, pratica continua. Siamo camp, forse ogni giorno. L’importante è prendere posizione: «Non stiamo parlando della marmellata postmoderna, il camp non elimina la distinzione tra bello e brutto, non appiattisce le differenze ma anzi cerca sempre la differenza, lo scarto, la presa di distanza, l’ironia». Parla Fabio Cleto, che insegna Letteratura inglese e Storia della critica all’Università di Bergamo ed è il più grande esperto dell’argomento (la sua antologia per la University of Michigan Press del ’99 è considerato un testo di riferimento in tutto il mondo). E oggi prova a cominciare la vicenda del camp italiano con PopCamp, numero 27di Riga, eroica rivista monografica edita da Marcos y Marcos che si ostina a riferirsi a personaggi dalla sensibilità tale da essere capaci di abbracciare secoli interi da John Cage al pensatore dei giochi e degli uomini Roger Caillois. Cominciare il camp perché «non esiste di per sé - spiega Cleto - ma è un mezzo e un motore del discorso». Cominciare a parlarne con altri è il suo atto fondativo. Fumoso? Tutto il contrario, se le sue matrici sono rinvenibili nel dandismo e in Wilde. L’Italia vanta illustri esempi ma non lo sa, in arte, moda, letteratura, teatro, da Arbasino a Fiorucci, dalla Bertè a Bene, da Paolo Poli a Patti Pravo. Ma insomma, camp che cosa? «È una visione del mondo, un’estetica, una sensibilità,un modo di essere. Una economia culturale. Anche un atto di perversione,nel senso che eccede il significato e le gerarchie del gusto. L’elite dice: il modellino della gondola veneziana è brutta. La sensibilità camp risponde: è talmente brutta da risultare splendida. Eco parlava di decodifica aberrante e il camp è una decodifica aberrante legittimata da una comunità».
Così una delle matrici del camp può essere rintracciata nel dandismo alla Wilde. Negli anni sessanta Susan Sontag lo svela al novecento, facendo riferimento all’attitudine culturale degli ambienti gay ed ebrei newyorkesi del periodo, elitari e al tempo stesso popolari. «Il codice segreto di quelle comunità intellettuali diventa pubblico proprio attraverso le Note sul camp della Sontag». E nel decennio successivo esplode, scoprendo nella massa una inattesa ricettività. «Il Rocky Horror Picture Show, David Bowie, e successivamente, i film mainstream di John Waters e i Monty Python rappresentano la riproposizione in chiave industriale di tipiche strategie camp». Ma poi fugge ancora, nelle nicchie del queer, anche se «Siouxsie, Cindy Lauper, Duran Duran, Madonna sono altri esempi di personaggi costruiti interamente sul camp». Il concetto è mobile, si cattura solo per immersione,per esempio nei materiali antologici di Riga. Alla fine vi accorgerete che camp lo siamo un po’ tutti.
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