Riga n. 27
Pop Camp
Gianni Vattimo
Pop flessibile
L'Espresso, 04 Settembre 2008

Di «camp» - un termine di difficile traduzione che ha una nobile radice indoeuropea «kamp», che Detienne e Vernant collegano a tutto ciò che è curvilineo e flessibile – si cominciò a parlare negli anni Sessanta, quando Susan Sontag vi dedicò un famoso saggio. La parola indica anzitutto un atteggiamento esistenziale, quello che ispira un certo dandismo di inizio secolo (Wilde) e poi la cultura gay che vi si ricollega anche oggi. Ma il riferimento al mondo omosessuale è molto parziale, anche se spesso è stata la cultura degli omosessuali che ha ispirato la valuta-zione positiva di fenomeni popolai come il teatro di rivista. Camp è tutto o quasi ciò che è stato di moda negli ultimi decenni del Novecento: da Andy Warhol ai vestiti di Armani, il gusto per uno sfarzo da cui si prendono ironicamente le distanze, l’insieme dei fenomeni che vanno sotto il nome di società dello spettacolo. Opportunamente, Fabio Cleto, che cura i due ampi volumi antologici di «Pop Camp» per la rivista «Riga» (Marcos y Marcos, pp. 637) e che ne dà una let-tura assai poco accademica, ricchissima di interesse e di humor, ha accostato il camp al pop, che per molti versi ne rappresenta la trasposizione a livello della cultura di massa che è ancora, in larga misura, la nostra.
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