Riga n. 27
Pop Camp
Gillo Dorfles
Il gusto estetico dal Kitsch al Camp
Corriere della Sera, 07 Settembre 2008

Esiste una raffinatezza del «cattivo gusto»? O meglio: nel mare magnum del Kitsch, esiste anche un Kitsch buono accanto a un Kitsch cattivo? È proprio su questo scoglio che da tempo sono sorti dibattiti cruenti e quasi sempre sterili, probabilmente per «assenza di gusto». È indubbio, invece, che esistano varie fasi e gerarchie estetiche che si addentrano nel lato oscuro dell’arte e della nostra assaporazione estetica e che si possono definire col termine inglese di Camp. Mentre il termine di Kitsch ha attecchito velocemente in Italia e nel resto d’Europa, quello di Camp stenta ancora ad essere ben compreso ed accettato. È stata, come è noto, Susan Sontag – la raffinata scrittrice americana – a definire nel modo più persuasivo le caratteri-stiche di quella particolare «sensibilità» che finisce per irradiare il suo fascino non solo sui singoli individui, ma sugli oggetti, gli scritti, le mode che ne sono influenzati. Per cui molto spesso ne divengono partecipi, non solo coloro già sfiorati da un gusto incerto, ma anche importanti autori, si pensi a Isherwood, ma anche a Oscar Wilde, e persino certe opere di Cocteau o certe composizioni musicali di Richard Strauss. Giacché, oltre tutto: «Il gusto Camp è soprattutto un modo di godere delle cose, di apprezzarle, non di giudicarle».
Certo, la prima distinzione che occorre fare è proprio con il Kitsch: se quest’ultimo è, quasi per antonomasia, l’equivalente del cattivo gusto – dunque della non-arte (salvo quando non venga di proposito impiegato per determinati effetti estetici: Savinio insegni); nel caso del Camp le cose sono più equivoche e inafferrabili: molto spesso accade che l’uso di estreme raffinatezze e ambigue estetizzazioni denuncino in chi se ne è servito di non aver saputo valutare il limite in cui il «troppo gustoso» si viene trasformando in «disgustoso». Il notevole impegno di Fabio Cleto di fare il punto su questo complesso problema ci offre finalmente – nei due densi volumi dell’opera (Pop Camp a cura di Fabio Cleto, Marcos y Marcos, pp. 635) – una serie di lavori attorno al concetto di Camp, oltre a quello «storico» di S. Langer, come il Secondo manifesto Camp di Patrick Mauriès, la Guida al Camp di Alan Brien, il Camp e dopo di Jab Herold Brum-van; ma soprattutto include interessanti e inaspettate opere letterarie come quelle di Tom Wolfe, di Cyril Connelly, di Aubrey Beardsley; nonché – e il dato è più «pungente»: le figure di Luigi Ontani, di Francesco Vezzoli, e di quel curioso e fantasioso incisore che è Mirando Haz.
Tutti esempi che, a considerarli obiettivamente, finiscono per rivelare, accanto alle ben note valenze artistiche, le loro occulte gaffe, le loro piccole «stecche», quanto basta a fare della relativa opera d’arte un campione del Camp.
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