Riga n. 27
Pop Camp
Raffaele Manica
Uno stile borderline
Alias - Il manifesto, 02 Agosto 2008

Un filosofo di quelli che, se è consentito, ogni tanto sembrano pestar l’acqua nel mortaio, ma che, anche, ogni tanto ti lasciano con qualcosa di nuovo addosso, Arthur Danto, in un libro oscillante tra Kant e Brillo Box, e intitolato all’abuso della bellezza, ha ricordato la sezione Délires della Stagione all’inferno, dove Rimbaud si intestardisce sulle proprie preferenze estetiche ed elenca: «Immagini idiote, soprapporte, addobbi, tele di saltimbanchi, insegne, miniature popolari, letteratura fuori moda, latino delle funzioni religiose, libri erotici senza ortografia, romanzi per signore attempate, fiabe, libretti per bambini, vecchie opere liriche, sciocchi ritornelli, ritmi naive» (sarebbe rhythmes naïfs: perché «naive»? Non solo per questo dettaglio ortografico, sia detto per inciso, il libro avrebbe meritato una versione migliore). Ne conclude Danto: «Ciò che Rimbaud non avrebbe potuto sapere era che, un secolo dopo, il suo inventario sarebbe stato adatto a canoni di un’estetica alternativa che porta il nome di “camp”». Meno male. Pensavo di essere il solo a non sapere bene cosa fosse il camp e un po' - prontamente rimproverato da chi ritiene di aver le idee sempre schiarite - tendevo talvolta a confonderlo col kitsch o col troppo chic.
Poi ho provato sollievo constatando entrambi questi termini far parte della costellazione in oggetto. E, in più, vedo adesso che il non saper bene che cosa sia il camp è parte integrante di quella categoria estetico-sociale americana che ha bisogno dell’Europa, molto in movimento, infatti, e che schidiona i generi: una curiosa forma di eccesso che sfiora la volgarità di continuo e di continuo se ne salva, come un paziente borderline si salva insieme dalla troppa ragionevolezza e dalla troppa follia, però non potendo sottrarsi allo sguardo del medico che insiste a vederlo invaso da qualche patologia. Ricordate Priscilla, la regina del deserto, con lo spettacolo gay al suono di Traviata? O ricordate il Super-Eliogabalo di Arbasino? Avete un’introduzione, una traccia. E si ha soddisfazione, aprendo i due rigogliosi fascicoli di «Riga» dedicati all’argomento (PopCamp, a cura di Fabio Cleto, Marcos y Marcos, pp. 637 complessive, € 25,00 ciascuno, con 273 illustrazioni di fondamento e due pagine pubblicitarie MaxMara che, manca poco, potrebbero far parte del discorso con ogni crisma), nel leggere quanto dichiarato nel sipario d’apertura. I volumi sono infatti organizzati come il luogo di esibizione per eccellenza: un teatro con proscenio platea e palchetti (dove si leggono saggi nuovi); e divisi in due atti e un intervallo. Il primo atto raduna esempi rétro, pop e ultra; il secondo risultanze a stampa e classici.
Arieggiando l’impostazione delle Note sul «Camp» di Susan Sontag (1964), alle domande su che cosa è il camp, quale sia la sua essenza, quali ne siano le caratteristiche, le origini, gli svolgimenti, si trova che le risposte «sono imperniate su una sistematica contraddizione». Di volta in volta si è risposto il camp essere un’estetica, uno stile o gusto, una sensibilità, un modo d’essere; e anche «uno stile di pensiero e di performance. Una specifica formazione - fors’anche una perogativa - omosessuale, una strategia di sopravvivenza (ma con stile, nella maschera dell’ironia), eppure difficilmente circoscrivibile all’omosessualità, di per sé condizione non necessaria né sufficiente. Di volta in volta, la si assume quale categoria metastorica, oppure inesorabilmente legata al particolare, a una economia o posizionamento culturale», dichiara il curatore. E più complicatamente attraenti si fanno le cose se si passa a elencare esempi o figure di camp che, ritratte in coppia, ancora di più spiazzano: Oscar Wilde e Madonna, Andy Warhol e Greta Garbo, Angela Carter e Aubrey Beardsley, Versailles e Gore Vidal, la Marchesa Luisa Casati e Robert Mapplethorpe, la mai-troppo-compianta Regina Madre e Pedro Almodóvar, Wilhelm Von Gloeden e Mae West. E l’elenco può proseguire a piacere: un esperto, consultato, propende a vedere le sorelle Bandiera come poppopcamp - «è camp tutto quello che decidi tu», dice - introducendo bilanciamenti interessanti nel termine-concetto: al modo in cui a scuola si usava non solo il sette, ma si andava dal sette meno meno al sette più; e una scrittrice e lettrice acuta suggerisce convinta che nell’elenco starebbero proprio bene certe pagine di «Alias».
PopCamp, la specifica accezione di cui si discute, è soprattutto anni sessanta: e se aggiornamenti del camp arrivano fino ad oggi, è forse indecidibile quale sia il punto d’origine: il barocco più sperticato pare a noi avere buone carte, se è vero che tutto comincia con lo sguardo che si mette perversamente in scena; ma ciò presume anche che, in questione il barocco, sarebbe il nostro punto di vista a farlo camp, come fossimo Pierre e Gilles nello studio fotografico. Già Cristopher Isherwood, in un dialogo di Il mondo di sera: «Pensavi indicasse un giovincello svenevole, con capelli ossigenati, cappello e boa di struzzo, che finge di essere Marlene Dietrich? […] puoi chiamarlo Low Camp, camp di second’ordine; ma quello che intendo io è lo High Camp, camp quintessenziale, la base emotiva su cui si fonda il balletto e su cui si fonda l’arte barocca». Ma, poi, fu la Sontag a identificare nell’Art Nouveau «il più tipico e compiuto degli stili camp», perché trasformava le cose in qualcos’altro, a cominciare dai lampioni che diventavano piante in fiore.
Nel suo saggio brillantissimo, la Sontag ha inafferrabilmente definito questa particolare forma di estetismo in modi assai vari: l’artificio; il metter tutto fra virgolette; l’ermafroditismo e l’androginia; l’ingenuità; il non sapere di essere camp; la serietà che supera se stessa, conosce il comico e sta come antitesi della tragedia; il rifiuto della distinzione bello-brutto; il dandismo della cultura di massa; l’impadronirsi del gusto omosessuale lasciandoselo alle spalle e trasformandolo in «un edonismo audace e spiritoso» che desidera gioire, perché è una forma d’amore per la natura umana. «Non so se l’ho afferrata o no: si direbbe una categoria piuttosto elastica», dice un personaggio di Isherwood; e l’altro: «E invece non lo è affatto: ammetto che darne una definizione sia terribilmente difficile - bisogna rifletterci e sentirla per intuito, come il Tao di Lao Tzu. Ma una volta che ci si è riusciti, ti accorgerai che ti vien fatto di usare quel termine tutte le volte che si parla di filosofia, di estetica e quasi di ogni altro argomento. Non riesco a capire come se la cavino i critici, facendone a meno». Si cita per sottoscrivere. Ed è molto ben detto, benché la Sontag dicesse «prigre» le pagine di questo dialogo.
Quando Oscar Wilde trovava nell’equivalenza di tutti gli oggetti un punto ineludibile del gusto camp, lo faceva affermando di voler vivere all’altezza delle proprie porcellane bianche e blu; o mostrando che il pomello di una porta è degno di ammirazione quanto un dipinto. In Italia, dove il camp non ha mai troppo attecchito, ora, grazie a questi volumi documentati e divertenti (che fanno cambiare strada), si aprono prospettive per una diversa percezione, e magari interpretazione - per fare un paio di esempi - non solo di Raffaella Carrà e degli ammiratori spersi di fronte all’eterno casco d’oro; ma anche e soprattutto, se si tratta di vivere all’altezza di porcellane e pomelli, le prospettive si spalancano forse fino alla Casa della vita e a tanto altro riguardante il professor Praz, moralismo a parte.
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