Riga n. 41
Kitsch
Francesco Guglieri
Buone cose di pessimo gusto
Domani, 18 Ottobre 2020

 

Negli anni ho sviluppato un’insana passione per gli interni delle case dei personaggi famosi in collegamento televisivo. Ricordo ancora quando uno schivo e celebrato cantautore, monumento vivente allo sposalizio alchemico tra poesia e canzonetta, si collegò da un salotto ingombro di pesantissimi mobili in uno stile a metà tra il “barocco brianzolo” (copyright di Tommaso Labranca) e il postmoderno transilvano. Insana passione, questa di occhieggiare dietro le spalle, che i social network e il virus hanno fomentato: la pandemia moltiplicando le videochiamate, le call, i collegamenti casalinghi; i social inondandoci di foto di politici catturati (ma in realtà studiatamente messi in posa) nel loro quotidiano casalingo. Alcuni tentano goffamente di nasconderlo: come Antonio Tajani che si sforza di cambiare “location” a ogni dichiarazione o foto, ma che si sposti in giardino, cerchi un angolo ben illuminato del tinello, o peschi l’inquadratura perfetta in corridoio, è sempre palesemente a casa sua. Altri ci hanno costruito se non le loro fortune, di certo le loro strategie di comunicazione (ma c’è differenza?): tipo il Renzi che twittava il pacchetto di Nutella Biscuits appena comprato quando ancora andavano a ruba (che biscotti fossero e come all’epoca avessero scatenato una specie di mania è materia tanto futile quanto inutile da ricordare ora). Il campione assoluto di questa comunicazione però, colui che ne è diventato paradigma, caso di studio (e caso clinico, dato che viene da temere per le sue coronarie) è ovviamente Matteo Salvini. Siamo invasi (anche chi non frequenta i social, dal momento che vengono riprese e amplificate dai giornali e dagli altri mezzi di comunicazione) da immagini di Salvini mentre addenta una pizza, lecca un gelato, si prepara una carbonara, morde una frittella, un hamburger, un arancino in una cucina con sullo sfondo un orologio a cucù, un calendario del Milan, un santino di padre Pio. La sera della vittoria della Lega alle elezioni europee del 2019, Salvini twittò una foto che aveva sullo sfondo una libreria ricolma di oggetti, così tanti e arruffati da far sorgere il sospetto che fossero stati disposti secondo un preciso ordine e che ognuno di essi mandasse un qualche messaggio a un settore o l’altro dei suoi elettori: un santino di Baresi e uno di Putin, un berretto Make America Great Again e il Tapiro di Striscia, il saggio La crociata di Himmler, che narra di una spedizione dei nazisti in Tibet alla ricerca della “razza pura”, e un libro di Lilli Grueber, l’ampolla del “dio Po” e un cappello dei Carabinieri. Le gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” (e altre decisamente meno buone) trasformate in armamentario della propaganda, in vettori dell’ideologia. Ma non è sempre stato così?


Il salotto barocco brianzolo, il pacchetto di biscotti, la carbonara e la libreria sovranista hanno in comune una cosa: sono tutte manifestazioni del Kitsch. Cosa sia il Kitsch è difficile da dire. O meglio, è come il tempo per sant’Agostino: sappiamo cos’è solo quando non ci chiedono di definirlo (indizio che forse il Kitsch è nell’occhio di chi guarda?). Troppo facile cavarsela così, troppo importante il Kitsch per svicolare dalla faccenda. Prende di petto la questione un volume appena pubblicato da Quodlibet che definire prezioso è quasi fargli un torto: Kitsch, a cura di Marco Belpoliti e Gianfranco Marrone, è un’autentica cassa del tesoro di idee, storie, concetti, un’opera monumentale (sono più di 600 pagine) e utilissima che fornisce l’attrezzatura per fare i conti con questa categoria fondamentale dell’estetica, della politica, della vita associata. Il volume, quarantunesima uscita della gloriosa rivista/libro «Riga», raccoglie e commenta i testi fondamentali che nel corso del Novecento (e un po’ prima e un po’ dopo) hanno pensato “il cattivo gusto”. Già l’elenco dei nomi fa capire l’errore che si commetterebbe a ricacciare il Kitsch nel trovarobato delle idee di secondo piano: da Robert Walser a Milena Jesenká (“l’amica di Kafka”), da Benjamin a Adorno, da Nabokov a Broch, da Macdonald (il teorico del midcult) a Sontag, a Dorfles, Kundera, Calvino, Arbasino… passando ovviamente per il fondamentale Eco, tutti i grandi filosofi, studiosi di estetica, scrittori e artisti del secolo scorso ne hanno scritto. Ogni testo è commentato da uno studioso che lo presenta e l’aggiorna. Una ventina di interviste a figure della cultura contemporanea sul Kitsch e la sua attualità conclude il ricco volume. Se seicento pagine vi sembrano tante considerate che non si smetterebbe mai di parlare del Kitsch, perché parlarne vuol dire parlare del gusto e quindi dell’identità, della società, della vita. E di che altro devi parlare?


Difficile definire il Kitsch, dicevo, ma dopo la lettura è possibile mettere insieme una costellazione di concetti, luoghi comuni, giudizi che disegna un’idea di Kitsch: «arte degenerata, massificata, inautentica e ripetitiva; pseudo-arte a buon mercato; simulazione della bellezza, esaltazione del sentimentalismo e del dilettantismo; arte a servizio dei regimi politici totalitari e della loro propaganda; contraffazione e simulazione; riduzione dell’opera a souvenir turistico e a gadget; diffusione di un gusto medio e massificato; cattivo gusto o totale mancanza di gusto». Quando poi Adorno negli anni Trenta parla di «estetizzazione del mondo della vita» sembra dire filosoficamente quello che Pasolini trent’anni dopo (in un’intervista a Arbasino) riformulerà molto più terra terra, definendo l’Italia «un tugurio in cui i proprietari sono riusciti a comprarsi la televisione». Ecco, messe così poche cose sembrerebbero meno attuali, anzi meno utili alla vita del Kitsch: sembra una vestigia di un tempo passato, di una civiltà vicina nel tempo ma lontanissima nella storia, in cui c’erano delle gerarchie, c’era una cultura di massa (deprecata da Adorno e Pasolini) con i suoi media di massa, i giornali, la radio, la televisione e non una galassia molecolare in cui ognuno è emittente e ricevente allo stesso tempo; c’era la borghesia, che per la sua intrinseca insicurezza doveva elevare i propri consumi culturali e condannare alla subalternità quelli delle classi inferiori, e non “il popolo contro la casta”; c’erano dei mediatori, dalla critica letteraria ai partiti di massa, non dei leader che twittano a torso nudo. E infatti cosa c’è di più Kitsch della foto di Moro in spiaggia con un completo scuro che ha invaso le bacheche di Facebook di chi la postava contrapponendola («Ah, i politici di una volta!”) alle performance del Papetee? Quale miglior esempio di estetizzazione del passato ad uso sentimentale?


Quindi, ecco un’ipotesi: Kitsch come residuo del secolo scorso, scheggia inattuale di un’epoca passata. Può essere. Del resto le posizioni di Adorno e Pasolini fatte rivivere oggi sarebbero bollate probabilmente come cringe, ovvero il Kitsch al tempo di internet. Cringe nel gergo della rete è qualcosa di imbarazzante, un gesto che lascia intuire l’ignoranza dei codici di comportamento da parte di chi lo fa, un eccesso maldestro di rigidità. Trovo molto cringe, personalmente, una mia bolla di contatti (letterati, ça va sans dire) che schifa come venduto e commerciale qualsiasi cosa minimamente al di là del poeta autopubblicato o di un sempre uguale e striminzito canone serissimo di “alta letteratura”, marchiando tutto il resto come cascame Kitsch prodotto dal mercato editoriale.


Non sarà allora che il Kitsch, lungi dall’essere un ferrovecchio novecentesco, è uno strumento potentissimo per leggere il presente? Un qualcosa che non vediamo perché è il mare in cui nuotiamo. Kundera nell’Insostenibile leggerezza dell’essere (tra l’altro un romanzo che quando fu pubblicato da Adelphi nel 1984 ebbe uno straordinario successo di pubblico, diventando autentico “libro di culto” e reso tormentone da Roberto D’Agostino nella trasmissione Quelli della notte di Arbore: quale destino più Kitsch?) («Hai mai letto Kundera?» canta la parodia di Battiato fatta da Stefano Bollani in un irresistibile e storico sketch), Kundera, dicevo, scriveva che «Kitsch è l’eliminazione della merda dalla vita». Calvino gli diede una formidabile risposta dal punto di vista degli stitici, ma non divaghiamo (leggetela nel libro di Belpoliti e Marrone!). Ecco, cosa sono i nostri feed Instagram se non delle interminabili carrellate sulla vita senza la merda? Delle messe in posa dell’esistenza senza il fallimento, il dolore, la noia, il dubbio, la perdita? In un certo senso l’ottundente ripetitività della comunicazione social rende Kitsch anche le tragedie perché le inquadra sempre dentro la stessa cornice, la medesima cornice che usiamo per raccontare un nuovo paio di scarpe o l’ultimo libro letto. E tutto diventa già visto, già detto, già accaduto. C’è del Kitsch anche nella logica dell’influencer che non ha bisogno delle riviste di moda per legittimarsi, allora, e in quella del leader mediatico-politico, che prospera anche senza un partito. Anzi sono proprio la stessa. Quella di chi ha capito che solo estetizzando se stesso, il suo corpo, i suoi consumi, le sue mangiate può continuare a esistere.
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